Labirinto di Mezzago

Tra i labirinti del paesaggio

Tra i labirinti del paesaggio

Perdersi tra piante, percorsi e simboli

Architetto e scultore, Dedalo è conosciuto principalmente per essere l’ideatore del celebre labirinto del Minotauro. Non è quindi un caso se il suo nome è ancora oggi considerato sinonimo di “labirinto”, costruzione architettonica dell’antichità caratterizzata da uno sviluppo planimetrico così articolato da rendere quasi impossibile l’orientamento e l’uscita dall’edificio.

Entrata labirinto parco della preistoria

Non è nemmeno un caso se uno dei primi labirinti in ambito giardinistico sia stato denominato “Maison Dedalus”, casa di Dedalo, quando venne realizzato all’interno delle proprietà del castello di Hedsin in Francia. Oggi di questo primo labirinto vegetale – risalente al quattordicesimo secolo – non rimane traccia alcuna, sebbene della sua esistenza via siano svariate prove scritte. Si trattava in ogni caso di una struttura molto simile al cosiddetto “labirinto dell’amore”, tipicamente organizzata secondo cerchi concentrici di siepi, al centro dei quali sorgeva un edificio, di norma un padiglione. Nel mezzo dell’edificio, poi, era messo a dimora un albero, che riassumeva simbolicamente una ricca schiera di riti e celebrazioni pagane legate alla ciclica rinascita della natura, allo scorrere del tempo e delle stagioni con il loro volgere di nascite, crescite, decessi e rinascite. Il legame con i miti della fecondità è evidente e, da questo, deriva l’allusione erotica e amorosa. Ma il labirinto dell’amore non è solo luogo fisico dove ricercare una più o meno fugace avventura lontano da occhi indiscreti, bensì anche simbolo della frequente difficoltà e dell’ambiguità di molte storie d’amore.

L’albero al centro del labirinto era anche evidente richiamo dell’albero della vita presente nel giardino dell’Eden. Le coppie che – passeggiando, rincorrendosi e chiacchierando – cercavano di raggiungere il centro del labirinto percorrevano quindi la stessa metaforica strada della coppia primigenia dell’Eden, una strada volta alla conoscenza ma anche al peccato. Su queste basi, in epoca medievale, si innestavano quindi numerose e variegate discussioni di carattere teologico e filosofico che poco hanno tuttavia a che vedere con gli aspetti squisitamente paesaggistici.

Forse anche per questo, nei secoli successivi, venne un po’ meno l’interesse per il labirinto. In effetti non ne furono più costruiti con regolarità almeno sino al diciottesimo secolo, anzi molti furono rimossi per dare spazio a nuove forme di assetto paesaggistico.

Villa Pisani

Proprio a cavallo tra Seicento e Settecento nacque l’architetto e poeta Gerolamo Fragimelica, autore dello splendido labirinto di Villa Pisani a Stra in provincia di Venezia. Il labirinto era una delle attrazioni del magnifico parco che si estendeva per oltre 11 ettari nei dintorni della Villa, tra gallerie di glicine, scuderie, broderies con grandi statue che si ispiravano ai modelli francesi di Andrè Le Notre a Versailles. Il labirinto di Villa Pisani ha comunque mantenuto la struttura originale settecentesca: nove cerchi concentrici costituiti da siepi, un tempo di carpino, oggi di bosso. Al centro del labirinto venne costruita una torretta dotata di due scale elicoidali esterne, ennesimo stratagemma per confondere i visitatori giunti al termine dell’esplorazione del dedalo verde. Solo in cima a questa torre, quindi, sarebbe giunta al termine la rincorsa amorosa del cavaliere che, finalmente, poteva incontrare la sua dama.

Castello di Schönbrunn

Alla stessa epoca risale il labirinto del castello viennese di Schönbrunn dove un tempo passeggiava l’imperatore e la sua famiglia. Costruito a partire dal 1698, questo labirinto era costituito da quattro sezioni di forma diversa e da un padiglione centrale rialzato dal quale era possibile osservare l’intero tracciato. Nel tempo il labirinto è stato lentamente abbandonato e solo da una ventina di anni circa è stato ripristinato: oggi è possibile seguire i suoi percorsi e immergersi in quasi 2.000 metri quadrati di dedalo. Non troppo distante sorge un altro labirinto, più recente e meno “classico”, dotato di giochi tattili ed enigmi matematici: dedicato ai più piccoli, ospita al centro un grande caleidoscopio che consente di osservare i visitatori da un punto di vista decisamente insolito.

Il parco de Horta

Si deve al marchese de Llupià, de Poal i d’Alfarràs la costruzione del parco de Horta. Uomo molto illuminato, il marchese incaricò l’architetto Domenico Bagutti di progettare un paro all’interno della propria tenuta, successivamente realizzato – all’inizio del diciannovesimo secolo – dal giardiniere francese Delvalet, supervisionato da Jaume Valls, direttore lavori catalano. La proprietà del parco rimase alla famiglia Desvalls sino agli anni Settanta del Novecento quando, destino comune a molti parchi privati, passò in gestione alla Città di Barcellona che ne fece un parco pubblico molto particolare tanto che, dopo il profondo restauro avviato nel 1994, il parco ha assunto la forma di “giardino museo”. Spettacolare attrazione del parco è certamente il labirinto che, circondato da maestose quinte vegetazionali di leccio, pino e farnia, assume una connotazione raccolta e tranquilla. L’arte topiaria è certamente padrona di questo scorcio di parco che, per altri versi, assume caratteristiche più eclettiche e informali, frutto della sua evoluzione in costante dialogo con le tendenze paesaggistiche dei decenni successivi la costruzione.

Castello di Donnafugata

Non sempre però i labirinti sono realizzati tramite la messa a dimora di piante. Anzi, talvolta, l’uso di materiale morto permette un maggiore dialogo con il paesaggio circostante. È il caso notevole del labirinto del Castello di Donnafugata in provincia di Ragusa, costruito con muretti a secco di pietra bianca ragusana e il cui ingresso era attentamente sorvegliato da un soldato in pietra. Si trattava di uno dei passatempi che allietavano la corte e i suoi ospiti, altrimenti balia della noia inattiva del caldo torrido estivo. La pianta di questo dedalo ragusano ha un particolare disegno trapezoidale, derivato – si potrebbe dire “copiato” – dal labirinto della tenuta inglese di Hampton Court Palace, il più antico labirinto di siepi del Regno Unito.

Labirinto castello di Donnafugata

Passeggiare nel “pirdituri” di Donnafugata, al pari di girovagare per il circostante parco di 8 ettari, era quindi un modo per godere del paesaggio circostante, costringendo gli ospiti a uscire dalle fresche stanze del castello per perdersi nei corridoi all’aperto ornati di rose rampicanti.

Labirinto di Mezzago

Un altro modo, molto più recente, per invitare la gente a lasciare le proprie case ed esplorare le campagne è quello che vede protagonista la cittadina di Mezzago, a pochi passi da Monza, nota per la produzione del rinomato asparago rosa. Qui si lasciano parchi e giardini per addentrarsi in un contesto di respiro ancora maggiore che vede protagonista l’ambiente rurale tramite opere di land art. Ideato dall’artista di origine tedesca Maria Mesch, ormai trapiantata in Italia, il labirinto di Mezzago viene realizzato annualmente in un appezzamento di mais di circa un ettaro. Un’opera d’arte (con)temporanea dal momento che, per sua natura, il mais deve essere raccolto dopo pochi mesi dalla semina. Tempo breve, è vero, ma sufficiente per permettere ai visitatori di godere di un’esperienza unica, a contatto con una coltura fortemente radicata nel territorio.

Labirinto di Mezzago

Un’opera che è realizzata per (di)segnare il territorio, per farne luogo facilmente – anche se temporaneamente – riconoscibile, per dare valore identitario a uno dei tanti, anonimi, campi di mais disseminati nella pianura padana. Al contempo, passeggiare all’interno del mais, consente di rallentare, riflettere, chiacchierare.

In altri termini, perdersi per ritrovarsi, ma questo vale un po’ per tutti i labirinti.

 

Articolo (M. Fabbri, L. Masotto) pubblicato originariamente sul numero 4/2017 del periodico dell’Associazione Senza Frontiere Onlus

Paesaggio Barolo Luca Masotto agronomo Milano

La nascita del paesaggio

La nascita del paesaggio

Paesaggio e natura non sono sinonimi. Il ruolo (e le responsabilità) dell’uomo

Gran parte delle religioni primitive, probabilmente tutte, rivelano un sentimento profondo per la natura. A prescindere dalla loro posizione geografica, tutti i popoli sono dotati di un’ampia collezione di storie e leggende che lega l’origine del mondo – o il sostentamento della popolazione – a miti più o meno elaborati. Si pensi a Cerere, divinità latina dell’agricoltura (conosciuta come Demetra nell’antica Grecia): sua figlia Proserpina (Persefone per i greci), sequestrata sotto terra dal dio dei morti, era restituita alle braccia materne solo per parte dell’anno e, per questo, simboleggiava il ciclo della vegetazione.

La natura era osservata, temuta e, certamente, contemplata con meraviglia e stupore; in altri termini, l’uomo ha sempre teso a riflettere circa la natura e, in ultimo, circa la propria collocazione all’interno dell’universo naturale. Tuttavia, già all’epoca il concetto di natura era ben distante da quello di paesaggio: quest’ultimo richiama valenze di carattere estetico e non si limita, per esempio, alla contemplazione delle “forze” della natura ovvero delle forme monumentali che questa sovente assume.

La caratteristica principale del paesaggio risiede quindi nel fatto che un frammento di natura limitato è catalogato come unità e definito attraverso confini. Se si delimita ai propri occhi una parte della natura con il suo infinito simbolico si ottiene la concretizzazione del paesaggio come separazione tra uomo e natura. Non è un caso se molti studiosi affermano che la nascita del concetto di paesaggio sia coincisa con l’affermazione della pittura di paesaggio che, a partire dal sedicesimo secolo, si diffuse in tutta Europa sino ad assumere i caratteri dirompenti della pittura en plein air che diede origine alla tanto vituperata (allora) quanto apprezzata (ora) corrente impressionista. Quest’ultima, per inciso, ebbe il merito di contrastare l’idea del paesaggio quale cristallizzazione di se stesso: a seconda delle ore del giorno e delle condizioni atmosferiche l’occhio riceve stimoli diversi che il cervello trasforma in immagini ed emozioni differenti sebbene derivate dai medesimi elementi materici.

Pertanto, la storia del paesaggio procede con il processo per il quale alcune determinate zone della terra sono “scoperte”, identificate e rese visibili dal punto di vista estetico in modo del tutto simile a quanto avviene nella storia dell’arte. Catalogazioni che permettono di comprendere meglio le caratteristiche di un certo territorio. Come i cosiddetti impressionisti non erano definiti in quel modo prima che i critici li “etichettassero”, così il paesaggio non è riconosciuto appieno prima che qualcuno sia in grado di delimitarlo: ecco nascere i paesaggi delle Langhe, del Carso, del Vulture. Paesaggi che di norma hanno connotazioni prevalentemente rurali in quanto gli aspetti più “costruiti” sono spesso relegati al ruolo di intrusi. È paradossale, tuttavia, il fatto che coloro che vivono in contesti poco contaminati – per esempio gli abitanti dei villaggi rurali di molti Paesi meno sviluppati – non sappiano apprezzare appieno il paesaggio che li circonda: si arriva all’assurdo dell’agricoltore che conosce perfettamente la campagna che lavora ma non è in grado di comprenderne il valore paesaggistico quasi che il piacere della contemplazione fosse negato laddove prevalgono il bisogno o il profitto.

Paesaggi del Vulture Luca Masotto agronomo Milano

Talvolta, la conservazione/percezione di un paesaggio è legata alla valorizzazione di un prodotto: si pensi alla viticoltura di montagna della Valtellina, delle Cinque Terre o della Val d’Aosta oppure a certe produzioni lattiero-casearie tipiche di zone marginali. In questi casi, l’apprezzamento del paesaggio corre di pari passo con il mantenimento del prodotto dell’attività dell’uomo (e viceversa). Da qui segue l’importanza di comunicare il paesaggio, riconoscerlo, valorizzarlo anche grazie alle attività antropiche tradizionali che, quindi, non sempre sono negative; al contrario il più delle volte i paesaggi “incontaminati” nascondono la “mano invisibile” dell’uomo. Agli elementi naturali si affiancano e si sovrappongono i materiali di origine antropica che, al di là delle (inevitabili?) brutture, celano anche aspetti positivi: la libera azione creatrice degli uomini rende ogni paesaggio il prodotto di un’arte, di un agire volto a mutare la natura verso l’utile e il bello.

Caratteristico del paesaggio è dunque il fatto che un frammento di natura individualmente limitato è considerato come unità e definito attraverso confini. Non si tratta solamente di estetica: la componente etica non è indifferente poiché il paesaggio è intimamente connesso all’azione dell’uomo, al progetto dell’individuo all’interno dell’ambiente e della società. D’altra parte, quest’ultima si identifica con il dominio sulla natura ossia quella premessa di libertà il cui contenuto estetico è il paesaggio. Non si deve in ogni caso negare la libertà derivata dall’avere superato la fase in cui l’uomo era sottomesso alla potenza della natura, né rifugiarsi nel sentimentalismo o nel passato originario. Tuttavia, è importante che l’uomo, schiavo affrancato della natura, ne diventi suo legislatore consapevole al fine di tutelare se stesso e il suo prodotto, il paesaggio.

Allevamenti Patagonia Luca Masotto agronmo Milano

Ogni paesaggio, quindi, ha in sé peculiarità che esprimono il patrimonio socio-culturale di una popolazione. Per questo motivo ogni luogo appartiene ai propri cittadini i quali non dovrebbero subirne le trasformazioni senza parteciparvi. Le politiche paesaggistiche – riguardino la pianificazione di lungo periodo o i singoli progetti – non possono ignorare questi concetti e devono leggere e rispettare le singole peculiarità, in equilibrio tra la mera conservazione dell’esistente e la volontà di apportare modifiche, anche sostanziali, al paesaggio al fine di dare sfogo alle esigenze di rinnovamento provenienti non solo dai singoli progettisti ma anche dalla società tutta. Non solo protezione quindi, ma gestione e pianificazione del territorio e delle sue evoluzioni.

L’idealizzazione nostalgica del passato è l’anticamera del conservatorismo più bieco e deve pertanto essere evitata. Al contrario, il recupero estetico e la rappresentazione della natura in quanto paesaggio hanno una funzione positiva fondamentale dal momento che mantengono aperto il legame dell’uomo con la natura e permettono al primo di esprimersi e alla seconda di fornire spunti e continui elementi di riflessione. In quest’ottica, la valorizzazione della natura non può essere vista alla stregua di un’operazione reazionaria o conservatrice, bensì quale strumento di rinnovamento culturale. Purché non si ricalchi la stessa strada percorsa dalla storia dell’arte lungo la quale, a un certo punto, il paesaggio fu dimenticato e l’attenzione fu rivolta esclusivamente al linguaggio. Di paesaggio è bene parlare sempre per tenere alta l’attenzione su quello che, probabilmente, è il principale bene non rinnovabile di cui disponiamo.

Articolo pubblicato originariamente sul periodico della Fondazione Senza Frontiere Onlus.

Agronomo Milano un piano del verde per le nostre città

L’agronomo a Milano: un piano del verde per le nostre città

Articolo originale pubblicato su Intersezioni, 73 , 2016, a questa pagina

La sottile differenza tra cura e manutenzione

Nella gestione del verde urbano è ancora ampia la forbice tra possibilità tecniche e applicazioni pratiche.

Il Vocabolario Treccani definisce il termine cura come “interessamento solerte e premuroso per un oggetto, che impegna sia il nostro animo sia la nostra attività”. Molto diversa è, invece, la definizione del termine manutenzione: “il mantenere in buono stato; in particolare, insieme di operazioni che vanno effettuate per tenere sempre nella dovuta efficienza funzionale, in rispondenza agli scopi per cui sono stati costruiti, un edificio, una strada, una nave, una macchina, un impianto, ecc”.
La differenza è evidente: nella manutenzione prevale l’aspetto freddamente gestionale, la volontà di rispettare parametri, regolamenti, computi metrici. La cura implica invece una partecipazione informata, attiva, volta non solo all’esecuzione di un “lavoro da sbrigare” ma anche, e soprattutto, alla consapevolezza di dover conservare – e se possibile accrescere – il valore dei beni in gestione. Vi è quindi un un maggiore risvolto intellettuale oltre che un interessamento premuroso.
Quest’ultimo, in ogni caso, non deve sfociare in vero e proprio trasporto emotivo, bensì ricompreso entro limiti ben precisi, delineati dalle buone pratiche colturali o, meglio, dall’insieme di scienze che informano la gestione professionale del verde. Per questo motivo occorre prestare grande attenzione al fenomeno dei guerrilla gardeners, pollici verdi d’assalto che scagliano bombe di semi nelle aiuole pubbliche, nelle rotatorie, negli spazi aperti più o meno abbandonati. Si può ritenere cura del verde pubblico? Non è forse più simile a una qualche forma di bio-inquinamento? Spesso sono diffusi semi di piante erbacee molto aggressive, se non infestanti, piante che si moltiplicano rapidamente, si annidano ovunque, rischiano di diffondersi ben oltre gli spazi urbani o, comunque, gli spazi voluti. Anche per istituzionalizzare queste pulsioni, molti Comuni hanno introdotto la possibilità di adottare aiuole pubbliche da parte di privati, condomini e associazioni. In questo modo, il contributo dei cittadini alla cura del verde pubblico può dirsi veramente tale, a patto, tuttavia, che i progetti di adozione siano vagliati attentamente anche dal punto di vista tecnico e paesaggistico. In altri termini, l’adozione dell’aiuola non deve essere vista unicamente come auspicata sottrazione di verde pubblico da “manutenere” da parte dei Comuni, fonte di risparmio per l’Amministrazione pubblica, bensì come opportunità per una sinergia pubblico-privato volta alla cura della cosa pubblica, al democratico miglioramento degli spazi, alla volontà di ricomposizione paesaggistica delle città. Perché anche di questo si tratta: non è più sufficiente – se mai lo sia stato – mettere a dimora qualunque cosa purché verde; è importante valutare l’inserimento paesaggistico dei nuovi assetti vegetazionali in modo da valorizzare viste a allineamenti e migliorare la percezione paesaggistica di parchi e viali. Si pensi a cosa accadrebbe se ogni condominio adottasse l’aiuola posta di fronte al proprio ingresso mettendo a dimora specie o combinazioni di specie completamente differenti: in un viale di poche centinaia di metri potremmo assistere a decine di assetti vegetazionali differenti.
Nella (ri)costruzione del paesaggio delle nostre città, così come nella salvaguardia del delicato ecosistema urbano e nella conservazione di soggetti arborei di pregio, non si può procedere con improvvisazione. Non è più possibile, di fronte a un’opinione pubblica sempre più formata e informata, confondere le finalità della cura del verde con quelle tipiche di altri settori, pur meritevoli, quali l’assistenza sociale. Né, d’altra parte, la natura urbana può essere inquadrata esclusivamente con lo sguardo angusto del profitto. Di questo le pubbliche amministrazioni devono essere consapevoli quando, soprattutto nelle città di minori dimensioni, assegnano i lavori di “manutenzione del verde” al massimo ribasso (più o meno esplicito) oppure a cooperative sociali, talvolta con l’obbligo di inserimento lavorativo – almeno per tutta la durata dell’appalto – di persone con difficoltà di vario genere. Non è solo una questione di competizione tra imprese e professionisti di diversi (e non confrontabili) settori, bensì di efficienza dell’operato pubblico e di competenze e preparazione professionale nell’esecuzione dell’appalto. Il verde, al pari di strade ed edifici, è un vero e proprio patrimonio a disposizione dei cittadini, un patrimonio che eroga servizi ecosistemici, ambientali, sociali. Perché non prendersene cura? Perché limitarsi a una manutenzione il cui unico scopo sembra essere quello di riempire una lista di controllo con le operazioni via via svolte?
Sono ormai molti gli studi che dimostrano che nelle città dotate di un verde pubblico (e privato) ben curato diminuiscono i reati, aumenta il benessere personale, migliora la qualità della vita. C’è chi si è spinto a parlare di “Servizio sanitario naturale”.
Perché dilapidare questo patrimonio, questa fonte di benessere collettivo, perché lasciarlo in gestione a giardinieri improvvisati o a volontari che, per quanto motivati, non sempre sono in grado di approcciare una pianta, capirne la fisiologia, gestirne le risposte alle cure colturali da svolgere? Si tratta di considerazioni evidenti soprattutto per gli alberi d’alto fusto: quanti esempi di alberi potati male, capitozzati, ingiustamente costretti ad assumere sgraziate architetture? Quanti milioni di euro di patrimonio pubblico sono dilapidati in questo modo tutti gli anni? Sì, perché si giunge sovente al paradosso di pagare imprese per distruggere valore tramite interventi azzardati, contrari alle buone pratiche colturali.
Occorre una presa di coscienza collettiva che metta a fuoco priorità e mezzi da mettere in campo per tutelare e incrementare il patrimonio verde delle nostre città. È giunto il momento che anche nei centri di dimensioni minori si giunga a forme integrate di programmazione delle cure colturali, dove i professionisti siano chiamati a coordinare il lavoro sul campo svolto da imprese qualificate – o per lo meno opportunamente seguite da un direttore lavori – e a confrontarsi con i tecnici della Pubblica amministrazione per individuare le modalità tecnicamente appropriate per la cura del verde nel perimetro delle risorse finanziarie disponibili.
La ricerca ha messo a disposizione a prezzi accessibili tecniche e soluzioni che permettono di gestire al meglio il verde delle città, nel rispetto dell’ambiente e della fisiologia delle piante, nell’ottica della valorizzazione del paesaggio e delle città in senso lato. Le competenze professionali dei dottori agronomi permettono la redazione e l’applicazione su grande e piccola scala di Piani del verde capaci di pianificare e programmare gli interventi necessari nel medio-lungo periodo, al fine di individuare le priorità e migliorare l’allocazione delle risorse tecniche ed economiche.
Se le risorse finanziare sono poche, la cosa migliore da fare è trasformare le spese in investimenti: il verde è una di quelle che offre rendimenti più elevati. Perché non provarci?

Paesaggi da Mangiare | Luca Masotto dottore agronomo

Paesaggi da mangiare

Le avversità delle piante modificano il paesaggio.
E l’uomo?

1845. Un anno che ha scritto un pezzo di storia irlandese. In quell’anno ebbe inizio una carestia le cui proporzioni non furono mai più eguagliate: nella storia dell’umanità non vi fu altro evento capace di uccidere una percentuale di popolazione tanto elevata. Gli irlandesi la ricordano come An Gorta Mòr – la Grande carestia – per sottolinearne la dimensione tragica, come fosse una guerra, la Grande guerra, appunto. Ma quale fu la causa scatenante di tutto questo? Un fungo, microscopico, ma capace di ridurre le patate – principale fonte di sostentamento per gli irlandesi del tempo – in una poltiglia immangiabile. La Phytophthora infestans, questo il nome del fungo, se la prese però comoda. Fece un viaggio in prima classe a bordo di una nave proveniente dal nord America e, a partire dalle zone sud-occidentali dell’isola, si diffuse rapidamente nel resto del Paese e affamò la popolazione sino al 1849. Fu quindi lo sviluppo dei commerci che seguì l’introduzione delle navi a vapore a diffondere rapidamente la malattia da una costa all’altra dell’Atlantico: sino ad allora i velieri – a causa dei lunghi tempi di navigazione e delle alte temperature delle stive – non avevano consentito il diffondersi del patogeno.
Oggi, grazie all’internazionalizzazione degli scambi di derrate alimentari, esiti repentini come quello irlandese non sarebbero più possibili. Persiste tuttavia un allarme riguardo l’importazione involontaria di organismi nocivi alle piante, tanto che negli scambi internazionali i vegetali devono essere muniti di un passaporto che ne garantisce la sicurezza fitosanitaria.
Un altro esempio degli effetti dell’improvvisa introduzione di un organismo all’interno di un ecosistema è rappresentato dal cancro colorato del platano, una malattia che porta alla morte anche gli alberi esemplari. Si diffuse a partire dall’immediato secondo dopoguerra. Il perché è presto spiegato: le casse delle munizioni dei militari americani, durante la seconda guerra mondiale, erano di legno di platano. È probabile che in qualcuna di queste casse fossero annidate le spore del fungo ascomicete Ceratocystis fimbriata, responsabile della malattia. Dopo lo sbarco alleato la malattia si diffuse in tutta Italia provocando i primi danni lungo i viali di platani della reggia di Caserta. Grazie a decenni di ricerche di laboratorio e di sperimentazione agronomica è stata fortunatamente individuata una varietà resistente conosciuta con il nome commerciale di Platanor® ‘Vallis Clausa’. Nonostante ciò, purtroppo, i platani secolari tuttora esistenti sono sottoposti a una continua minaccia potenzialmente capace di stravolgere il paesaggio di molti parchi storici. Tale evenienza è facilitata anche dalla scarsa professionalità di molti operatori del verde: grandi tagli di potatura e mancanza di disinfezione degli attrezzi da taglio favoriscono la diffusione delle fitopatie e aprono la strada ai patogeni secondari che, in condizioni normali, non sarebbero in grado di aggredire le piante sane.
Cambiamo paesaggio: Toscana. Colline, vigneti, strade sinuose costeggiate da cipressi…malati e deperenti. Questo era lo scenario che si prospettava circa 60 anni or sono quando dal nord America giunse Seiridium cardinale, fungo agente del cancro del cipresso. In questo caso, i grandi sforzi svolti dalla ricerca varietale hanno reso possibile l’introduzione di cultivar resistenti al patogeno, quali la ‘Bolgheri’, molto adatta all’impiego ornamentale grazie al caratteristico portamento colonnare stretto.
I tempi sono cambiati e i patogeni si sono adeguati: non sbarcano più da navi sbuffanti vapore, ma si lasciano trasportare da moderni aerei a reazione lungo le rotte intercontinentali. Molto più comodo, molto più veloce: nel 2000 al tarlo asiatico (Anoplophora chinensis) sono bastate poche ore per atterrare a Milano Malpensa al seguito – ma è solo una delle ipotesi – di un carico di bonsai proveniente dall’estremo oriente. Da allora il tarlo, conosciuto anche con il nome di cerambicide dalle lunghe antenne a causa del suo aspetto particolare, si è diffuso in Lombardia costringendo i Servizi fitosanitari ad adottare misure di contenimento estreme: taglio delle piante infestate e delle adiacenti piante sensibili all’insetto e divieto assoluto di messa a dimora di alcune delle specie vegetali tipiche della Pianura padana. In poco più di dieci anni, il tarlo si è “mangiato” un pezzetto di paesaggio, non solo per i danni diretti (ovvero per le piante devastate dalle lunghe gallerie) ma anche per l’impossibilità di messa a dimora delle piante ospitanti, che sono tutte autoctone o storicizzate e costituiscono l’ossatura della struttura vegetale del paesaggio del nord Italia. Per citarne solo alcune: aceri, carpini, biancospini, ippocastani, faggi, platani e pioppi. Una rivoluzione paesaggistica che sta già trasformando il paesaggio della Lombardia occidentale con l’introduzione di specie non attaccate dall’insetto – per il momento – come liriodendri (Liriodendron tulipifera) e storaci (Liquidambar styraciflua). Alberi dalle pregevoli caratteristiche ornamentali, già usati in passato in parchi e giardini, ma che ora rischiano di rappresentare una scelta obbligata per le alberature d’alto fusto con il risultato di stravolgere il paesaggio tradizionale.
Al centro e al sud Italia la situazione non è molto diversa: il coleottero curculionide conosciuto come punteruolo rosso (Rhynchophorus ferrugineus) sta – letteralmente – divorando le palme di Sicilia, Campania, Lazio e Puglia, ma anche di altre regioni costiere, compromettendo il paesaggio marittimo e il lungomare di numerose rinomate località di villeggiatura. Certo, in questo caso non si tratta di vegetazione indigena, ma è pur sempre un paesaggio fortemente storicizzato che connota il Meridione e il Centro Italia anche dal punto di vista dell’immagine turistica.
Ma l’uomo è solo spettatore passivo nell’alterazione del paesaggio? La risposta richiede di ampliare l’analisi e di considerare nuovi elementi. La diffusione improvvisa e incontrollata di patologie o di popolazioni di insetti nocivi vede l’uomo protagonista, non semplice spettatore di eventi ineluttabili. Occorre infatti considerare che in un ecosistema “sano” la componente vegetale e quella patogena vivono in una sorta di equilibrio dinamico: grazie alla presenza di antagonisti naturali non si verificano (quasi) mai casi epidemici come quelli sopra ricordati. L’uomo incide profondamente sulla stabilità di ogni ecosistema modificandone l’equilibrio e generando un ambiente ostile alla crescita vegetale. In questo modo, non appena un nuovo patogeno – magari inconsapevolmente trasportato dall’uomo – compare in un ecosistema incontra piante male gestite dall’uomo e perciò debilitate, incapaci di affrontare la nuova malattia o il nuovo parassita.
C’è di più: oltre a questi danni indiretti, l’uomo agisce come attore, capace di modificare direttamente il paesaggio. È sufficiente guardarsi attorno: il paesaggio tradizionale è spesso modificato attraverso l’introduzione di specie estranee all’ambiente che le ospita, prive di qualunque legame con il territorio. Basti pensare a molti sempreverdi – i grandi cedri, ad esempio – che vengono messi a dimora ancora oggi per avere il “verde” tutto l’anno. Oppure i “muri” di lauroceraso o di Cupressocyparis leylandii che schermano i giardini privati dal fronte strada a tutela di chissà quali segreti.
Il paesaggio indietreggia, consumato da avversità e scarsa cultura del giardino e del paesaggio. Ciò che non mangiano i fitofagi, lo divora l’uomo. Forse, è ora di cambiare menù.

L’articolo originale (Fabbri M. e Masotto L.) può essere consultato sul sito della Fondazione Senza Frontiere onlus www.senzafrontiere.com

Paesaggi verticali | Luca Masotto dottore agronomo

Paesaggi verticali

Lo scorso autunno è stata inaugurata una delle ultime opere parigine di Patrick Blank, eclettico botanico francese, conosciuto tanto per i suoi giardini verticali quanto per le ciocche verdi inframezzate nella sua chioma bionda e per le sue camicie a motivo rigorosamente vegetale. Si tratta della parete verde di Rue d’Aboukir che attira l’attenzione degli appassionati ma anche di passanti distratti.
Ma cosa sono davvero i giardini verticali? Leggi il mio contributo apparso sull’ultimo numero di Senza Frontiere (clicca qui).

Alberi e regolamento del verde | Luca Masotto dottore agronomo

Alberi e regolamento del verde

Gli alberi di Bretton Woods. L’importanza socioculturale degli alberi suggerisce una rapida adozione di regolamenti del verde declinati a livello territoriale è il titolo del mio articolo apparso sul numero di Intersezioni del 18 dicembre 2013.
Un articolo dove si parla di alberi e regolamento del verde attraverso un approccio che collega lo psichiatra/psicoanalista/antropologo Carl Jung e il regista James Cameron; a testimonianza del fatto che il verde urbano (e il verde in generale) sono un’esigenza intima dell’uomo. Non a caso tutti, appena possono, si rifugiano, come il popolo Na’Vi, tra le braccia della Natura, abbia questa la forma di un albero, di una montagna, di una spiaggia tropicale o di un semplice agriturismo a pochi passi da casa.
A chi vuole… buona lettura! Commenti e scambi di opinione sono benvenuti all’indirizzo studio@lucamasotto.it

Gaudì, l'architetto di Dio | Luca Masotto dottore agronomo

Antoni Gaudì, l’architetto di Dio

Il 10 giugno 1926, a Barcellona si spegneva Antoni Gaudì, uno dei più grandi architetti moderni. Tre giorni prima, ironia della sorte, “l’architetto di Dio” fu investito da un tram proprio mentre si stava recando in chiesa per pregare e confessarsi: dal momento che vestiva in modo trasandato e che non portava con sé documenti di identità, fu scambiato per un mendicante e non ricevette soccorsi immediati. Solo in un secondo tempo, un poliziotto lo trasportò in ospedale dove morì pochi giorni dopo all’età di 73 anni. La salma – al termine di una cerimonia solenne – fu sepolta in una cripta all’interno del grandioso cantiere della Sagrada Famiglia, una delle opere più grandiose e conosciute tra quelle partorite dalla mente dell’architetto.

Continua a leggere il mio articolo apparso sul periodico Senza frontiere, n. 4/2013: clicca qui!

Potature selvagge | Luca Masotto dottore agronomo

Tagliare sui tagli: basta potature selvagge!

Un’accorta spending review sarebbe auspicabile anche per le operazioni di potatura.
Troppo spesso le nostre piante sono affidate a imprese che poco hanno a che fare con il giardinaggio; più spesso si tratta di imprese che non vedono l’ora di fare un po’ di legna, più per ignoranza che per necessità. Oltre a rovinare i nostri alberi, queste operazioni li rendono più pericolosi! Sarebbe ora di darci un taglio vero!
Al link che segue un mio breve articolo per approfondire, pubblicato su Intersezioni:
http://www.intersezioni.eu/index.php?objselected=408&scheda=view_articolo

 

Fare pace con la terra | Luca Masotto dottore agronomo

Fare pace con la terra non è abbastanza

Contro gli ecologismi e gli ambientalismi di maniera, contro le tesi di complottismo, contro la riduzione di tutto a niente.
Il mondo è molto più complesso di quando siamo portati a pensare.
Non è abbastanza mandare tutti a casa o cacciare le multinazionali dall’India…
Occorre ragionare, investire, ricercare, capire per cambiare le cose davvero.
Alcuni spunti di riflessione a partire da un libro recentemente letto:
http://www.intersezioni.eu/?objselected=364&scheda=view_articolo
Healing Gardens | Luca Masotto dottore agronomo

Healing gardens (giardini terapeutici)

Il medico cura, la natura guarisce.
Coniugare tecnologia e tradizione: il verde alleato della medicina moderna.
Questo il titolo del mio contributo apparso su intersezioni del 5 settembre 2012.
Una riflessione sul ruolo degli healing gardens, ossia dei giardini terapeutici, progettati appositamente per venire incontro alle esigenze di persone affette da patologie anche degenerative (l’Alzheimer è stata una delle prime patologie “trattate” con l’ausilio di giardini terapeutici).
Giardini che non sono relegati all’ambito delle strutture di cura: un giardino (o terrazzo) terapeutico può essere messo in opera anche in una proprietà privata di dimensioni limitate.
Per saperne di più vi invito a leggere il contributo (http://www.intersezioni.eu/?objselected=240&scheda=view_articolo) e a scrivermi all’indirizzo studio@lucamasotto.it