Arboricoltura | Luca Masotto

Schianto di alberi: chi paga i danni?

Comprendere le cause biomeccaniche che hanno provocato lo schianto di un albero è di fondamentale importanza per inquadrare il responsabile dei danni

Di questi tempi si rincorrono in continuazione notizie circa lo schianto di alberi o di grandi branche con conseguenti danni ad abitazioni, strade, automobili. I temporali estivi o le nevicate invernali hanno certo un ruolo importante nella vicenda, tuttavia gran parte delle responsabilità deve essere spesso ricercata in una cattiva cura dei soggetti arborei. Comprendere le cause biomeccaniche che hanno provocato lo schianto di un albero è di fondamentale importanza per inquadrare il responsabile dei danni provocati e, quindi, per capire a chi rivolgersi per ottenere un risarcimento (oppure come procedere per avviare un procedimento legale). Si ricorda, infatti, che nel nostro ordinamento il proprietario di un bene è responsabile della sua corretta manutenzione e, al contempo, è responsabile dei danni che detto bene può cagionare a terzi.
I temporali estivi sono talvolta violenti, ma molto spesso presentano raffiche di vento che possono essere considerate del tutto ordinarie. Pertanto, non sempre il proprietario della pianta può appellarsi al caso fortuito ossia alla “calamità naturale” contro la quale anche un comportamento “da buon padre di famiglia” e una buona manutenzione possono ben poco. Più frequentemente, lo schianto di alberi o di grandi branche è da ricondurre a una cattiva gestione: scavi in prossimità dell’apparato radicale o potature male eseguite possono compromettere in modo spesso irrimediabile la tenuta biomeccanica dei soggetti.
In caso di schianto, quindi, è importante effettuare subito numerose riprese fotografiche dell’albero, delle parti schiantate e dell’intorno, prima che il tutto venga rimosso da chi di dovere. È infatti possibile avviare un procedimento di richiesta danni entro due anni dal momento dell’evento. Un buon tecnico, inoltre, già a partire dall’analisi delle immagini può rendersi conto delle motivazioni di carattere biomeccanico che hanno provocato lo schianto e quindi iniziare a raccogliere prove e indizi per ricostruire l’accaduto con dovizia di particolari. La conoscenza del territorio e degli attori tecnici che vi operano – per esempio in campo meteoclimatico – è fondamentale per ottenere il quadro completo delle condizioni intrinseche ed estrinseche all’albero nel giorno e all’ora dello schianto. Tali condizioni possono essere ricostruite anche a distanza di tempo: grazie all’osservazione dei tessuti legnosi (o di quello che ne rimane), il dottore agronomo è in grado di determinare, per esempio, se un albero ha subito potature sconsiderate oppure se è stato abbandonato a se stesso da lungo tempo, fattori indispensabili nell’ambito di un processo di risarcimento danni.
Altrettanto importante è valutare l’intorno dell’albero: vi sono state modifiche significative che possono avere comportato una variazione sostanziale del “giro dei venti”? Sono stati costruiti edifici di recente oppure sono stati demoliti edifici o abbattuti alberi nelle vicinanze? Aspetti sovente sottovalutati anche dai periti delle assicurazioni con i quali ho avuto modo di interfacciarmi nel corso degli anni; aspetti che tuttavia possono modificare l’esito di un evento da “caso fortuito” a colpevole mancanza di cura per l’albero caduto.

In ogni caso, la consulenza del dottore agronomo non si esaurisce nella mera fotografia e ricostruzione di quanto occorso: il confronto continuo con il Legale del Committente è indispensabile in quanto la materia, estremamente tecnica, può diventare scivolosa qualora non affrontata con la dovuta attenzione a tanti piccoli dettagli che, se trattati senza cognizione di causa, possono diventare controproducenti per la Parte assistita.

Articolo pubblicato originariamente sul portale Prontoprofessionista.it

Paleis Het Loo

Geometrie paesaggistiche

Dal giardino all’italiana in poi, il paesaggio è un delicato equilibro di forme, viste e prospettive.

La prima cosa che viene in mente quando si pensa alle geometrie in ambito paesaggistico è probabilmente il giardino formale all’italiana, ossia il particolare stile di origine tardo-rinascimentale caratterizzato da una scrupolosa suddivisione geometrica degli spazi. Questa era generalmente ottenuta tramite aree delimitate da siepi – rigorosamente potate in forma secondo i dettami dell’arte topiaria – e filari di alberi, con l’inserimento di statue, fontane e specchi d’acqua. Tutti aspetti che derivano dall’impostazione romana del giardino, sebbene in quest’ultima gli elementi decorativi, per esempio le statue, erano relegati nella porzione di proprietà distante dalla villa, mentre nel giardino rinascimentale assumono una posizione di primo piano vicino a palazzo.

Uno dei canoni principali del giardino all’italiana è costituito dalla rigorosa simmetria delle aiuole, dei viali e delle vasche caratterizzati da forme geometriche rettilinee, curvilinee o miste. A questa simmetria non si sottraggono nemmeno gli edifici, tanto che spesso esiste un vero e proprio asse che attraversa longitudinalmente sia il giardino sia la villa, dividendo la proprietà in due porzione quasi sovrapponibili. Talvolta, nei casi più complessi, la simmetria si sviluppa anche in senso ortogonale alla precedente con il risultato di suddividere giardino e abitazione in quattro porzioni pressoché identiche.

Un secondo elemento geometrico cardine del giardino italiano, spesso dimenticato, è costituito dall’orizzontalità dei piani. Nonostante il territorio italiano presenti una morfologia complessa e tutt’altro che pianeggiante, nei giardini rinascimentali si possono apprezzare ampie aree livellate, spesso sostenute da scarpate appositamente studiate se non da veri e propri terrazzamenti. Gradinate e scale, semplici o doppie, raccordano così i vari ripiani, incrociandosi in una simmetria perfetta. Una simile struttura sarebbe stata pericolosa per il fruitore e, quindi, i progettisti dell’epoca introdussero balaustre e parapetti ornati da statue, sculture e vasi, nonché vasche e peschiere per incorniciare le aiuole.

Luca Masotto agronomo Bellagio Villa Melzi

Ma il vero tratto distintivo del giardino all’italiana, quello che probabilmente salta con più facilità all’occhio, è sicuramente rappresentato dalle siepi, elemento fondamentale che disegna le aiuole, ispirandosi a motivi tortuosi di derivazione classica. Le siepi erano spesso realizzate tramite la messa a dimora di piante di bosso (Buxus sempervirens), specie molto adatta per le potature in forma obbligata: il colore intenso delle foglie del bosso risaltava a contrasto con il bianco della ghiaia stesa a formare i vialetti. Non era inoltre infrequente che questa geometrizzazione fosse portata all’estremo attraverso la costruzione di veri e propri labirinti vegetali, costituiti da siepi squadrate, di discreta altezza, realizzate con specie diverse in funzione della localizzazione geografica. Tra le piante più utilizzate, oltre al bosso, vi erano certamente il tasso, il ligustro, il lauroceraso, il carpino bianco, l’acero campestre, l’alloro, il biancospino e il leccio. Le geometrie vegetali erano poi completate dalle specie arboree, sebbene – per certi versi – queste costituivano una componente secondaria dell’assetto paesaggistico: nel giardino all’italiana prevale infatti la componente orizzontale del paesaggio, mentre quella verticale ha un ruolo subalterno. In ogni caso, gli alberi rivestono ruoli ben precisi: creano angoli riservati, separano il vero e proprio giardino dalle aree coltivate circostanti o, addirittura, richiamano i motivi architettonici locali (per esempio, delle murature), ricreando archi, merli, capitelli e pilastri. Le specie maggiormente utilizzate sono quelle a foglia piccola che si adattano alla potatura formale quali leccio, tiglio (Tilia cordata) e carpino. Il carpino è protagonista indiscusso: si tratta di una specie interessante anche per la peculiarità di trattenere sui rami le foglie – ormai secche e di colore marrone aranciato – sino alla ripresa vegetativa seguente; molto duttile, si presta bene alla formazione di “carpinate” ossia siepi omogenee che spesso raggiungono altezze notevoli.

Tuttavia, nel giardino italiano non vengono impiegate solo specie in forma obbligata, bensì si sfruttano le peculiarità di piante che, per loro natura, presentano un’architettura peculiare: non solo il classico cipresso – divenuto emblema del paesaggio italiano – ma anche specie quali Pinus pinea, pino caratterizzato da un fusto sinuoso e da una chioma a ombrello.

Certo si osserverà che gli elementi sopra descritti sono presenti anche nei grandi giardini francesi. In effetti il giardino all’italiana ha rivestito un ruolo fondamentale nella storia del paesaggio, ispirando anche i più grandiosi giardini d’oltralpe. Il giardino francese richiama infatti tutti i canoni di quello italiano e, sostanzialmente, se ne distingue per una maggiore estensione, questa favorita da un territorio pianeggiante, decisamente più semplice da plasmare. Il giardino francese completa le geometrie vegetali con specchi d’acqua di forma regolare, parterre con siepi a disegni più o meno complessi, ma anche padiglioni, limonaie e arancere destinate al ricovero invernale degli agrumi. Questi ultimi sono infatti coltivati in vaso, in forma rigorosamente obbligata, e destinati alla decorazione dei piazzali antistanti i principali edifici facenti parte del parco. Non sono trascurate nemmeno le piante erbacee: alcune specie da fiore e da foglia sono diffusamente impiegate per ottenere ricercati effetti ornamentali.

Paleis Het Loo

Le piante erbacee vennero invece elevate a elemento caratterizzante il giardino olandese dove i fiori sono coltivati in abbondanza all’interno di aiuole geometriche. L’Olanda del Seicento, Paese democratico, non produsse giardini di dimensioni paragonabili a quelli della Francia imperiale. Al contrario, il giardino riflette lo spirito calvinista olandese: improntato a grande semplicità, si sviluppa su superfici contenute e annulla ogni richiamo a elementi mitologici. Lo spazio è spesso suddiviso in ambienti riservati di forma regolare e i margini della proprietà sono spesso delimitati da quinte vegetazionali.

A partire dalla seconda metà del diciottesimo secolo, questa esuberanza geometrica portò a un movimento di reazione, soprattutto in Inghilterra, dove iniziò a diffondersi un parco dal sapore naturaliforme, costituito da viali tortuosi e aiuole sinuose, sistemazioni ondulate del terreno, piante allevate in forma libera, specchi d’acqua irregolari e alimentati da piccole cascate e ruscelli. Ma fu una parentesi: nel secolo successivo riaffiorarono assetti vegetazionali e composizioni paesaggistiche precise e rassicuranti.

Ancora oggi, nonostante siano trascorsi molti secoli dal periodo d’oro del Rinascimento, la geometria non ha abbandonato giardini e parchi, né il paesaggio in generale. A Parigi, per esempio, a poche decine di chilometri dai grandiosi giardini di Versailles si può passeggiare all’interno del parco André Citroën, progettato da Patrick Berger e Gilles Clement nel 1985, dove lo spazio è scandito da percorsi rettilinei, lunghe vasche rettangolari e da una grande area a prato di forma regolare. Il grande rettangolo di tappeto erboso, di fatto, occupa quello che una volta era lo stabilimento della nota casa automobilistica, a due passi dalla Senna. In questo caso, la geometria del paesaggio richiama la scansione precisa degli spazi e dei movimenti all’interno della vecchia fabbrica.

Herning Danimarca giardino musicale Sorensen

A Herning, in Danimarca, nelle aree circostanti il campus universitario si può invece visitare un giardino progettato da Sørensen, definito da molti lo “scultore del paesaggio”. Qui la geometria diventa tridimensionale con poligoni di carpino che emergono dal terreno. Un’idea apparentemente semplice e banale ma che ha permesso la formazione di un paesaggio di elevata qualità estetica: la diversa altezza delle siepi crea una sorta di musicalità tanto che il giardino è chiamato anche “il giardino musicale”.

Articolo originale (M. Fabbri, L. Masotto) pubblicato sul numero 3/2016 del periodico dell’associazione Senza Frontiere.