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Labirinto di Mezzago

Tra i labirinti del paesaggio

Tra i labirinti del paesaggio

Perdersi tra piante, percorsi e simboli

Architetto e scultore, Dedalo è conosciuto principalmente per essere l’ideatore del celebre labirinto del Minotauro. Non è quindi un caso se il suo nome è ancora oggi considerato sinonimo di “labirinto”, costruzione architettonica dell’antichità caratterizzata da uno sviluppo planimetrico così articolato da rendere quasi impossibile l’orientamento e l’uscita dall’edificio.

Entrata labirinto parco della preistoria

Non è nemmeno un caso se uno dei primi labirinti in ambito giardinistico sia stato denominato “Maison Dedalus”, casa di Dedalo, quando venne realizzato all’interno delle proprietà del castello di Hedsin in Francia. Oggi di questo primo labirinto vegetale – risalente al quattordicesimo secolo – non rimane traccia alcuna, sebbene della sua esistenza via siano svariate prove scritte. Si trattava in ogni caso di una struttura molto simile al cosiddetto “labirinto dell’amore”, tipicamente organizzata secondo cerchi concentrici di siepi, al centro dei quali sorgeva un edificio, di norma un padiglione. Nel mezzo dell’edificio, poi, era messo a dimora un albero, che riassumeva simbolicamente una ricca schiera di riti e celebrazioni pagane legate alla ciclica rinascita della natura, allo scorrere del tempo e delle stagioni con il loro volgere di nascite, crescite, decessi e rinascite. Il legame con i miti della fecondità è evidente e, da questo, deriva l’allusione erotica e amorosa. Ma il labirinto dell’amore non è solo luogo fisico dove ricercare una più o meno fugace avventura lontano da occhi indiscreti, bensì anche simbolo della frequente difficoltà e dell’ambiguità di molte storie d’amore.

L’albero al centro del labirinto era anche evidente richiamo dell’albero della vita presente nel giardino dell’Eden. Le coppie che – passeggiando, rincorrendosi e chiacchierando – cercavano di raggiungere il centro del labirinto percorrevano quindi la stessa metaforica strada della coppia primigenia dell’Eden, una strada volta alla conoscenza ma anche al peccato. Su queste basi, in epoca medievale, si innestavano quindi numerose e variegate discussioni di carattere teologico e filosofico che poco hanno tuttavia a che vedere con gli aspetti squisitamente paesaggistici.

Forse anche per questo, nei secoli successivi, venne un po’ meno l’interesse per il labirinto. In effetti non ne furono più costruiti con regolarità almeno sino al diciottesimo secolo, anzi molti furono rimossi per dare spazio a nuove forme di assetto paesaggistico.

Villa Pisani

Proprio a cavallo tra Seicento e Settecento nacque l’architetto e poeta Gerolamo Fragimelica, autore dello splendido labirinto di Villa Pisani a Stra in provincia di Venezia. Il labirinto era una delle attrazioni del magnifico parco che si estendeva per oltre 11 ettari nei dintorni della Villa, tra gallerie di glicine, scuderie, broderies con grandi statue che si ispiravano ai modelli francesi di Andrè Le Notre a Versailles. Il labirinto di Villa Pisani ha comunque mantenuto la struttura originale settecentesca: nove cerchi concentrici costituiti da siepi, un tempo di carpino, oggi di bosso. Al centro del labirinto venne costruita una torretta dotata di due scale elicoidali esterne, ennesimo stratagemma per confondere i visitatori giunti al termine dell’esplorazione del dedalo verde. Solo in cima a questa torre, quindi, sarebbe giunta al termine la rincorsa amorosa del cavaliere che, finalmente, poteva incontrare la sua dama.

Castello di Schönbrunn

Alla stessa epoca risale il labirinto del castello viennese di Schönbrunn dove un tempo passeggiava l’imperatore e la sua famiglia. Costruito a partire dal 1698, questo labirinto era costituito da quattro sezioni di forma diversa e da un padiglione centrale rialzato dal quale era possibile osservare l’intero tracciato. Nel tempo il labirinto è stato lentamente abbandonato e solo da una ventina di anni circa è stato ripristinato: oggi è possibile seguire i suoi percorsi e immergersi in quasi 2.000 metri quadrati di dedalo. Non troppo distante sorge un altro labirinto, più recente e meno “classico”, dotato di giochi tattili ed enigmi matematici: dedicato ai più piccoli, ospita al centro un grande caleidoscopio che consente di osservare i visitatori da un punto di vista decisamente insolito.

Il parco de Horta

Si deve al marchese de Llupià, de Poal i d’Alfarràs la costruzione del parco de Horta. Uomo molto illuminato, il marchese incaricò l’architetto Domenico Bagutti di progettare un paro all’interno della propria tenuta, successivamente realizzato – all’inizio del diciannovesimo secolo – dal giardiniere francese Delvalet, supervisionato da Jaume Valls, direttore lavori catalano. La proprietà del parco rimase alla famiglia Desvalls sino agli anni Settanta del Novecento quando, destino comune a molti parchi privati, passò in gestione alla Città di Barcellona che ne fece un parco pubblico molto particolare tanto che, dopo il profondo restauro avviato nel 1994, il parco ha assunto la forma di “giardino museo”. Spettacolare attrazione del parco è certamente il labirinto che, circondato da maestose quinte vegetazionali di leccio, pino e farnia, assume una connotazione raccolta e tranquilla. L’arte topiaria è certamente padrona di questo scorcio di parco che, per altri versi, assume caratteristiche più eclettiche e informali, frutto della sua evoluzione in costante dialogo con le tendenze paesaggistiche dei decenni successivi la costruzione.

Castello di Donnafugata

Non sempre però i labirinti sono realizzati tramite la messa a dimora di piante. Anzi, talvolta, l’uso di materiale morto permette un maggiore dialogo con il paesaggio circostante. È il caso notevole del labirinto del Castello di Donnafugata in provincia di Ragusa, costruito con muretti a secco di pietra bianca ragusana e il cui ingresso era attentamente sorvegliato da un soldato in pietra. Si trattava di uno dei passatempi che allietavano la corte e i suoi ospiti, altrimenti balia della noia inattiva del caldo torrido estivo. La pianta di questo dedalo ragusano ha un particolare disegno trapezoidale, derivato – si potrebbe dire “copiato” – dal labirinto della tenuta inglese di Hampton Court Palace, il più antico labirinto di siepi del Regno Unito.

Labirinto castello di Donnafugata

Passeggiare nel “pirdituri” di Donnafugata, al pari di girovagare per il circostante parco di 8 ettari, era quindi un modo per godere del paesaggio circostante, costringendo gli ospiti a uscire dalle fresche stanze del castello per perdersi nei corridoi all’aperto ornati di rose rampicanti.

Labirinto di Mezzago

Un altro modo, molto più recente, per invitare la gente a lasciare le proprie case ed esplorare le campagne è quello che vede protagonista la cittadina di Mezzago, a pochi passi da Monza, nota per la produzione del rinomato asparago rosa. Qui si lasciano parchi e giardini per addentrarsi in un contesto di respiro ancora maggiore che vede protagonista l’ambiente rurale tramite opere di land art. Ideato dall’artista di origine tedesca Maria Mesch, ormai trapiantata in Italia, il labirinto di Mezzago viene realizzato annualmente in un appezzamento di mais di circa un ettaro. Un’opera d’arte (con)temporanea dal momento che, per sua natura, il mais deve essere raccolto dopo pochi mesi dalla semina. Tempo breve, è vero, ma sufficiente per permettere ai visitatori di godere di un’esperienza unica, a contatto con una coltura fortemente radicata nel territorio.

Labirinto di Mezzago

Un’opera che è realizzata per (di)segnare il territorio, per farne luogo facilmente – anche se temporaneamente – riconoscibile, per dare valore identitario a uno dei tanti, anonimi, campi di mais disseminati nella pianura padana. Al contempo, passeggiare all’interno del mais, consente di rallentare, riflettere, chiacchierare.

In altri termini, perdersi per ritrovarsi, ma questo vale un po’ per tutti i labirinti.

 

Articolo (M. Fabbri, L. Masotto) pubblicato originariamente sul numero 4/2017 del periodico dell’Associazione Senza Frontiere Onlus

Paesaggio Barolo Luca Masotto agronomo Milano

La nascita del paesaggio

La nascita del paesaggio

Paesaggio e natura non sono sinonimi. Il ruolo (e le responsabilità) dell’uomo

Gran parte delle religioni primitive, probabilmente tutte, rivelano un sentimento profondo per la natura. A prescindere dalla loro posizione geografica, tutti i popoli sono dotati di un’ampia collezione di storie e leggende che lega l’origine del mondo – o il sostentamento della popolazione – a miti più o meno elaborati. Si pensi a Cerere, divinità latina dell’agricoltura (conosciuta come Demetra nell’antica Grecia): sua figlia Proserpina (Persefone per i greci), sequestrata sotto terra dal dio dei morti, era restituita alle braccia materne solo per parte dell’anno e, per questo, simboleggiava il ciclo della vegetazione.

La natura era osservata, temuta e, certamente, contemplata con meraviglia e stupore; in altri termini, l’uomo ha sempre teso a riflettere circa la natura e, in ultimo, circa la propria collocazione all’interno dell’universo naturale. Tuttavia, già all’epoca il concetto di natura era ben distante da quello di paesaggio: quest’ultimo richiama valenze di carattere estetico e non si limita, per esempio, alla contemplazione delle “forze” della natura ovvero delle forme monumentali che questa sovente assume.

La caratteristica principale del paesaggio risiede quindi nel fatto che un frammento di natura limitato è catalogato come unità e definito attraverso confini. Se si delimita ai propri occhi una parte della natura con il suo infinito simbolico si ottiene la concretizzazione del paesaggio come separazione tra uomo e natura. Non è un caso se molti studiosi affermano che la nascita del concetto di paesaggio sia coincisa con l’affermazione della pittura di paesaggio che, a partire dal sedicesimo secolo, si diffuse in tutta Europa sino ad assumere i caratteri dirompenti della pittura en plein air che diede origine alla tanto vituperata (allora) quanto apprezzata (ora) corrente impressionista. Quest’ultima, per inciso, ebbe il merito di contrastare l’idea del paesaggio quale cristallizzazione di se stesso: a seconda delle ore del giorno e delle condizioni atmosferiche l’occhio riceve stimoli diversi che il cervello trasforma in immagini ed emozioni differenti sebbene derivate dai medesimi elementi materici.

Pertanto, la storia del paesaggio procede con il processo per il quale alcune determinate zone della terra sono “scoperte”, identificate e rese visibili dal punto di vista estetico in modo del tutto simile a quanto avviene nella storia dell’arte. Catalogazioni che permettono di comprendere meglio le caratteristiche di un certo territorio. Come i cosiddetti impressionisti non erano definiti in quel modo prima che i critici li “etichettassero”, così il paesaggio non è riconosciuto appieno prima che qualcuno sia in grado di delimitarlo: ecco nascere i paesaggi delle Langhe, del Carso, del Vulture. Paesaggi che di norma hanno connotazioni prevalentemente rurali in quanto gli aspetti più “costruiti” sono spesso relegati al ruolo di intrusi. È paradossale, tuttavia, il fatto che coloro che vivono in contesti poco contaminati – per esempio gli abitanti dei villaggi rurali di molti Paesi meno sviluppati – non sappiano apprezzare appieno il paesaggio che li circonda: si arriva all’assurdo dell’agricoltore che conosce perfettamente la campagna che lavora ma non è in grado di comprenderne il valore paesaggistico quasi che il piacere della contemplazione fosse negato laddove prevalgono il bisogno o il profitto.

Paesaggi del Vulture Luca Masotto agronomo Milano

Talvolta, la conservazione/percezione di un paesaggio è legata alla valorizzazione di un prodotto: si pensi alla viticoltura di montagna della Valtellina, delle Cinque Terre o della Val d’Aosta oppure a certe produzioni lattiero-casearie tipiche di zone marginali. In questi casi, l’apprezzamento del paesaggio corre di pari passo con il mantenimento del prodotto dell’attività dell’uomo (e viceversa). Da qui segue l’importanza di comunicare il paesaggio, riconoscerlo, valorizzarlo anche grazie alle attività antropiche tradizionali che, quindi, non sempre sono negative; al contrario il più delle volte i paesaggi “incontaminati” nascondono la “mano invisibile” dell’uomo. Agli elementi naturali si affiancano e si sovrappongono i materiali di origine antropica che, al di là delle (inevitabili?) brutture, celano anche aspetti positivi: la libera azione creatrice degli uomini rende ogni paesaggio il prodotto di un’arte, di un agire volto a mutare la natura verso l’utile e il bello.

Caratteristico del paesaggio è dunque il fatto che un frammento di natura individualmente limitato è considerato come unità e definito attraverso confini. Non si tratta solamente di estetica: la componente etica non è indifferente poiché il paesaggio è intimamente connesso all’azione dell’uomo, al progetto dell’individuo all’interno dell’ambiente e della società. D’altra parte, quest’ultima si identifica con il dominio sulla natura ossia quella premessa di libertà il cui contenuto estetico è il paesaggio. Non si deve in ogni caso negare la libertà derivata dall’avere superato la fase in cui l’uomo era sottomesso alla potenza della natura, né rifugiarsi nel sentimentalismo o nel passato originario. Tuttavia, è importante che l’uomo, schiavo affrancato della natura, ne diventi suo legislatore consapevole al fine di tutelare se stesso e il suo prodotto, il paesaggio.

Allevamenti Patagonia Luca Masotto agronmo Milano

Ogni paesaggio, quindi, ha in sé peculiarità che esprimono il patrimonio socio-culturale di una popolazione. Per questo motivo ogni luogo appartiene ai propri cittadini i quali non dovrebbero subirne le trasformazioni senza parteciparvi. Le politiche paesaggistiche – riguardino la pianificazione di lungo periodo o i singoli progetti – non possono ignorare questi concetti e devono leggere e rispettare le singole peculiarità, in equilibrio tra la mera conservazione dell’esistente e la volontà di apportare modifiche, anche sostanziali, al paesaggio al fine di dare sfogo alle esigenze di rinnovamento provenienti non solo dai singoli progettisti ma anche dalla società tutta. Non solo protezione quindi, ma gestione e pianificazione del territorio e delle sue evoluzioni.

L’idealizzazione nostalgica del passato è l’anticamera del conservatorismo più bieco e deve pertanto essere evitata. Al contrario, il recupero estetico e la rappresentazione della natura in quanto paesaggio hanno una funzione positiva fondamentale dal momento che mantengono aperto il legame dell’uomo con la natura e permettono al primo di esprimersi e alla seconda di fornire spunti e continui elementi di riflessione. In quest’ottica, la valorizzazione della natura non può essere vista alla stregua di un’operazione reazionaria o conservatrice, bensì quale strumento di rinnovamento culturale. Purché non si ricalchi la stessa strada percorsa dalla storia dell’arte lungo la quale, a un certo punto, il paesaggio fu dimenticato e l’attenzione fu rivolta esclusivamente al linguaggio. Di paesaggio è bene parlare sempre per tenere alta l’attenzione su quello che, probabilmente, è il principale bene non rinnovabile di cui disponiamo.

Articolo pubblicato originariamente sul periodico della Fondazione Senza Frontiere Onlus.