Drone e verde urbano

Sperimentazione e innovazione: droni e verde urbano

Impiego di droni nel verde urbano

“Singolare studio quello che vuole mettere in atto l’agronomo Luca Masotto”

Così apre l’articolo del Giornale di Vimercate del 31 ottobre 2017 a firma di Rodrigo Ferrario che ringrazio per la chiacchierata.
In effetti, lo studio, svolto in collaborazione con Agrosurvey – brand di Drone Emotions specializzato nell’agricoltura di precisione – è decisamente innovativo e mira a introdurre l’uso di droni nel campo della gestione del verde urbano. Lo scopo è quello di valutare lo stato fisiologico delle piante di alto fusto in due aree della città di Concorezzo aventi caratteristiche stazionali molto diverse:

  • Parco di Villa Zoia, ottimo banco di prova grazie alle oltre 200 piante di alto fusto appartenenti a svariate specie e varietà;
  • Via Kennedy, dove vi è un filare di tigli in parte potato a inizio 2017 in parte potato diversi anni or sono.

Droni: nuova frontiera nella gestione degli alberi

Gli esami – già autorizzati dalla Giunta comunale – saranno svolti grazie a droni (ad ala fissa o ad ala rotante) in grado di trasportare fotocamere ad alta risoluzione per lo sviluppo di modelli tridimensionali del terreno e camere multispettrali capaci di leggere lunghezze d’onda invisibili all’occhio umano. A seconda dello stato fitosanitario e fisiologico, infatti, le piante presentano caratteristiche di riflettanza differenti: i sensori delle camere multispettrali catturano le onde elettromagnetiche riflesse dalle foglie e li inviano a un computer. I dati raccolti saranno quindi elaborati tramite particolari algoritmi dai quali si otterranno indici di vigoria sotto forma di mappe in falsi colori. Per avere un’idea della mappa in falsi colori, l’immagine seguente riporta i risultati di uno studio in campo agricolo recentemente svolto insieme ad Agrosurvey in provincia di Latina.

Droni e verde urbano

 

I dati rilevati ed elaborati in falsi colori dovranno essere successivamente validati da indagini agronomiche e arboricolturali di campo.
In questi giorni sono in via di definizione i piani di volo in attesa delle condizioni operative e stagionali più adatte per dare il via alla sperimentazione.

Per qualsiasi informazione o approfondimento potete contattarmi ai recapiti di Studio: mob. 333 4603805 o email studio@lucamasotto.it

Lo studio è svolto in stretta collaborazione con Agrosurvey, azienda specializzata nell’agricoltura di precisione (www.agrosurvey.farm)

Giornale di Vimercate

 

Milano Progettazione del verde

L’importanza del verde nel contesto urbano: intervista a Pronto Pro.

Oggi ho avuto il piacere di rilasciare un’intervista al blog di ProntoPro.
Una chiacchierata veloce a proposito dell’importanza del verde nel contesto urbano: dalla regolazione del microclima urbano al ruolo del verde pensile, dalla valutazione di stabilità degli alberi e dei rischi loro connessi alla divulgazione ambientale.
L’intervista completa alla pagina internet del blog di ProntoPro disponibile al seguente link: https://www.prontopro.it/blog/ecco-come-il-verde-puo-migliorare-la-qualita-della-nostra-vita/

QTRA Aboricoltore Milano Agronomo

Arboricoltore Milano: dall’analisi di stabilità alla valutazione del rischio

L’arboricoltore a Milano: dall’analisi di stabilità alla valutazione del rischio

Siamo spesso abituati a gestire gli alberi in funzione delle loro condizioni intrinseche. Hanno difetti strutturali? Hanno problemi fisiologici o malattie fungine?
Soprattutto, di solito, vogliamo scongiurare schianti o sbrancamenti, quasi fosse automatico il nesso tra caduta di un albero (o di una branca) e danni a persone e cose. Se la branca cadesse proprio mentre passa qualcuno? Se quell’albero inclinato cedesse proprio mentre sta uscendo qualcuno con l’automobile?

Arboricoltore Milano

Valutazione di stabilità degli alberi. Una scienza evoluta

La valutazione di stabilità degli alberi ha fatto notevoli progressi negli ultimi decenni. Metodi, prassi e protocolli hanno affinato le procedure di indagine.
Sofisticati strumenti tecnologici permettono oggi di indagare la consistenza dei tessuti legnosi in modo poco o per nulla invasivo.
Tuttavia solo ora si sta affacciando in Italia un approccio diverso alla coesistenza degli alberi con le attività umane.

QTRA. Un approccio quantitativo all’esame di stabilità degli alberi

Si tratta della valutazione del rischio associato alla presenza di alberi. Uno degli approcci più diffusi è il QTRA (Quantified tree risk assessment); si tratta di una valutazione quantitativa del rischio, quindi indipendente da ragionamenti di carattere qualitativo, talvolta emotivo, che sono tradizionalmente applicati alla materia.
Il metodo QTRA si basa su solide basi statistiche capaci di calcolare la probabilità che un albero possa provocare danni nel corso dei successivi 12 mesi. I parametri da valutare sono lo stato morfofisiologico e biomeccanico degli alberi, la frequentazione della potenziale area di schianto, le condizioni meteoclimatiche locali, le sollecitazioni cui l’albero è sottoposto e la probabile evoluzione dei fattori precedenti.
In questo modo viene stimata una probabilità di danno traducibile in termini monetari in modo da valutare se il costo degli eventuali interventi arboricolturali (potature, abbattimenti, ecc.) sia giustificabile o meno.

Valutazione del rischio degli alberi. I vantaggi

La valutazione del rischio degli alberi, in ultima analisi, può quindi essere vista come una razionalizzazione degli interventi in grado di allocare al meglio le risorse finanziarie destinate alla cura del verde, tanto in ambito pubblico quanto in ambito privato.

Luca Masotto è registered user per l’applicazione del metodo QTRA in Italia. Per maggiori informazioni è possibile inviare una email all’indirizzo studio@lucamasotto.it oppure contattarmi direttamente al 333 4603805.
La metodologia QTRA è descritta in dettaglio sulla pagina ufficiale www.qtra.co.uk

Progettazione del verde | Luca Masotto

Agronomo Monza: l’accertamento tecnico preventivo

L’accertamento tecnico preventivo

L’ATP è uno strumento di urgenza utile a chiarire gli aspetti tecnici che hanno provocato un vizio. L’importanza di porre un buon quesito al CTU

Negli ultimi anni, nei procedimenti giudiziari, gli aspetti tecnici hanno assunto un ruolo via via crescente. Capita spesso che il tasso tecnico dei motivi di una controversia sia tanto elevato da dover ricorrere a un consulente in grado di chiarire gli aspetti tecnici di un vizio, affinché i Legali delle Parti dapprima, e il Giudice poi, possano arrivare a conclusioni sufficientemente informate.

Non sempre la questione può essere risolta tramite una consueta Consulenza tecnica di ufficio. Talvolta può essere necessario procedere di urgenza in quanto, per esempio, occorre ripristinare lo stato di fatto dei luoghi in tempi molto brevi, incompatibili con i tempi di un procedimento giudiziario. La casistica è molto ampia: dalla determinazione dei motivi che hanno portato allo schianto di un albero – che deve essere rimosso per consentire la ristrutturazione dell’edificio colpito – alla valutazione dei problemi di drenaggio di un campo da calcio che deve tornare alla piena funzionalità prima dell’inizio del campionato.

In casi simili, il Legale può ricorrere all’accertamento tecnico preventivo (ATP) disciplinato dall’articolo 696 del codice di procedura civile. L’ATP è un procedimento di istruzione preventiva che si svolge quindi prima dell’avvio del processo avvalendosi di tecnici di particolare competenza che intervengono immediatamente e con celerità in tutti i casi in cui una tradizionale CTU (Consulenza tecnica di ufficio) avrebbe tempi di svolgimento eccessivamente lunghi. In altri termini, l’ATP svolge la funzione di fotografare in dettaglio lo stato dei luoghi prima che questi siano irrimediabilmente modificati vuoi per eliminare una situazione di pericolo, vuoi per ripristinare lo status quo ante.

Prima di richiedere un ATP al Giudice è bene che Legale e Cliente si consultino con un Consulente tecnico di propria fiducia affinché sia valutata nel dettaglio la sussistenza dei presupposti tecnici necessari per avviare il procedimento. Ovviamente, al di là del merito prettamente tecnico, occorre verificare anche ogni presupposto giuridico. Questa fase è fondamentale per il buon esito della pronuncia del Giudice. Si consideri, infatti, che il Giudice, non essendo tecnico, poggerà buona parte delle proprie conclusioni sugli elaborati del Consulente tecnico di parte e del Consulente tecnico di ufficio. Vero è che l’operato di quest’ultimo è certamente indipendente dal controllo delle Parti, tuttavia si consideri che la Parte che richiede l’accertamento tecnico ha la possibilità di “indirizzare” il CTU, ponendo un quesito pertinente agli aspetti tecnici che si desiderano approfondire. Ne segue che il Consulente tecnico di fiducia riveste un ruolo fondamentale per tutto il procedimento e che, pertanto, il suo operato dovrebbe sempre iniziare ancora prima dell’avvio di qualsiasi atto legale. Questo soprattutto se si considera che, da qualche anno a questa parte, l’accertamento tecnico preventivo non ha più funzione di mero rilievo (per esempio produzione di planimetrie o raccolte fotografiche) ma comprende anche valutazioni in ordine alle cause e ai danni relativi all’oggetto della verifica.

Articolo originariamente pubblicato sul portale Pronto professionista.

Arboricoltura | Luca Masotto

Schianto di alberi: chi paga i danni?

Comprendere le cause biomeccaniche che hanno provocato lo schianto di un albero è di fondamentale importanza per inquadrare il responsabile dei danni

Di questi tempi si rincorrono in continuazione notizie circa lo schianto di alberi o di grandi branche con conseguenti danni ad abitazioni, strade, automobili. I temporali estivi o le nevicate invernali hanno certo un ruolo importante nella vicenda, tuttavia gran parte delle responsabilità deve essere spesso ricercata in una cattiva cura dei soggetti arborei. Comprendere le cause biomeccaniche che hanno provocato lo schianto di un albero è di fondamentale importanza per inquadrare il responsabile dei danni provocati e, quindi, per capire a chi rivolgersi per ottenere un risarcimento (oppure come procedere per avviare un procedimento legale). Si ricorda, infatti, che nel nostro ordinamento il proprietario di un bene è responsabile della sua corretta manutenzione e, al contempo, è responsabile dei danni che detto bene può cagionare a terzi.
I temporali estivi sono talvolta violenti, ma molto spesso presentano raffiche di vento che possono essere considerate del tutto ordinarie. Pertanto, non sempre il proprietario della pianta può appellarsi al caso fortuito ossia alla “calamità naturale” contro la quale anche un comportamento “da buon padre di famiglia” e una buona manutenzione possono ben poco. Più frequentemente, lo schianto di alberi o di grandi branche è da ricondurre a una cattiva gestione: scavi in prossimità dell’apparato radicale o potature male eseguite possono compromettere in modo spesso irrimediabile la tenuta biomeccanica dei soggetti.
In caso di schianto, quindi, è importante effettuare subito numerose riprese fotografiche dell’albero, delle parti schiantate e dell’intorno, prima che il tutto venga rimosso da chi di dovere. È infatti possibile avviare un procedimento di richiesta danni entro due anni dal momento dell’evento. Un buon tecnico, inoltre, già a partire dall’analisi delle immagini può rendersi conto delle motivazioni di carattere biomeccanico che hanno provocato lo schianto e quindi iniziare a raccogliere prove e indizi per ricostruire l’accaduto con dovizia di particolari. La conoscenza del territorio e degli attori tecnici che vi operano – per esempio in campo meteoclimatico – è fondamentale per ottenere il quadro completo delle condizioni intrinseche ed estrinseche all’albero nel giorno e all’ora dello schianto. Tali condizioni possono essere ricostruite anche a distanza di tempo: grazie all’osservazione dei tessuti legnosi (o di quello che ne rimane), il dottore agronomo è in grado di determinare, per esempio, se un albero ha subito potature sconsiderate oppure se è stato abbandonato a se stesso da lungo tempo, fattori indispensabili nell’ambito di un processo di risarcimento danni.
Altrettanto importante è valutare l’intorno dell’albero: vi sono state modifiche significative che possono avere comportato una variazione sostanziale del “giro dei venti”? Sono stati costruiti edifici di recente oppure sono stati demoliti edifici o abbattuti alberi nelle vicinanze? Aspetti sovente sottovalutati anche dai periti delle assicurazioni con i quali ho avuto modo di interfacciarmi nel corso degli anni; aspetti che tuttavia possono modificare l’esito di un evento da “caso fortuito” a colpevole mancanza di cura per l’albero caduto.

In ogni caso, la consulenza del dottore agronomo non si esaurisce nella mera fotografia e ricostruzione di quanto occorso: il confronto continuo con il Legale del Committente è indispensabile in quanto la materia, estremamente tecnica, può diventare scivolosa qualora non affrontata con la dovuta attenzione a tanti piccoli dettagli che, se trattati senza cognizione di causa, possono diventare controproducenti per la Parte assistita.

Articolo pubblicato originariamente sul portale Prontoprofessionista.it

Bruges. Canale. Luca Masotto

I canali del paesaggio

Un rapporto millenario lega l’acqua al benessere dell’uomo

Acqua, terra e aria: l’interfaccia di questi tre elementi ha da sempre stimolato l’attenzione e la curiosità umana: il romanticismo di un tramonto sul mare e il fascino di una cascata vaporosa sono veri e propri spettacoli della natura. Lo stupore può giungere alla meraviglia se il fattore “acqua” – vero protagonista di queste immagini suggestive – viene veicolato e convogliato ad arte in modo da guidare lo sguardo di chi osserva verso l’infinito oppure verso soluzioni architettoniche o urbanistiche di rara bellezza. Lo sapeva bene Joseph Smith, astuto mecenate inglese del Canaletto, che addirittura suggerì al suo protetto di ridurre le dimensioni delle tele in modo da renderle compatibili con i bagagli dei ricchi lord che, ai tempi della Serenissima, giungevano in Italia per intraprendere il Grand Tour. Gli stessi lord che, appunto, non lasciavano Venezia senza prima essersi accaparrati una veduta della città e dei suoi celeberrimi scorci, arricchendo Smith che con il suo stratagemma favorì non di poco il commercio dei dipinti del pittore veneto.

Venezia. Paesaggio Luca Masotto

Una Venezia splendente, ricca, sontuosa quella del Canaletto. Una Venezia meno solenne, quasi cupa, forse più vera, quella dipinta dal suo “rivale” Francesco Guardi. Di certo, al di là delle diverse esperienze personali dei due maestri, vi è la luce che entrambi hanno catturato: la luce dell’acqua che riflette i timidi raggi del mattino, i palazzi nobiliari, i ponti, i campanili.

 

La Venezia nostrana non poteva che fare proseliti in Nord Europa: da qui un fiorire di città che si definiscono la “Venezia del Nord”. Tra queste, spicca certamente Bruges, piccola cittadina immersa nella regione fiamminga del Belgio. Città medievale che porta benissimo i suoi anni e che anzi fonda sulla conservazione maniacale della propria identità antica il successo turistico che porta centinaia di migliaia di turisti a visitarla tutti gli anni. Piccoli edifici in mattoni, quasi costruzioni per bambini, galleggiano tra i piccoli canali cittadini. Edifici sobri – con il rosso-mattone a dominare – si riflettono sulla superficie dei canali. A poco più di trenta minuti di treno da Bruges, sorge un’altra città belga sull’acqua: Gent. Qui l’architettura si fa più elegante, le facciate dei palazzi quasi sontuose. Ciò che rimane immutato è il rapporto stretto, quasi atavico, tra vita cittadina e acqua. Nei bar e nei ristoranti che affacciano sul Graslei, gli abitanti di Gent trascorrono infiniti pomeriggi all’aperto sia in estate – rinfrescandosi con una corposa birra belga – sia in inverno, sorseggiando un caffè caldo. Lo stesso fanno i numerosi turisti, ben riconoscibili in quanto avvolti nelle coperte offerte come consuetudine dei gestori dei locali dell’Europa del nord.

Gent. Canale. Luca Masotto

L’acqua dispone di un grande potere unificante. Se da un lato segna i confini o divide parti distinte la medesima città, dall’altro è in grado di funzionare da trait d’union: sull’acqua si spostano le persone, si movimentano le merci, viaggiano le idee. I Paesi Bassi costituiscono un esempio notevole del dinamismo portato dall’acqua: nel dodicesimo secolo, la città di Utrecht decise di dotarsi di un canale – l’Oudegracht, “vecchio canale” – per cambiare il corso di un fiume locale e disporre di un porto lineare dove far attraccare le imbarcazioni. Non passò molto tempo che lungo il canale vennero edificati palazzi signorili e altri edifici dedicati prettamente agli affari. Si venne così a formare una città su due livelli: quello superiore dove scorreva la “normale” vita di terra, fatta di commerci di vicinato, gilde e mercati rionali; quello inferiore, a livello dell’acqua, dove i canali e i moli brulicavano di commercianti all’ingrosso che trasportavano grandi quantità di merce da depositare nei magazzini realizzati al di sotto della sede stradale e degli edifici adiacenti. Oggi il commercio segue altre strade e questi luoghi – un tempo segnati dalla fatica e dal sudore – lasciano spazio a punti di ritrovo, bar e negozi dove lo sguardo segue l’acqua e si perde sino a incontrare un campanile, una facciata o un altro elemento verticale che spezza l’ondeggiante orizzontalità urbana.

Il colore domina Nyhavn, cuore della movida di Copenaghen. Nyhavn, che letteralmente significa “porto nuovo”, è in realtà il porto antico della capitale danese. Costruito alla fine del diciassettesimo secolo per volere di Christian IV, il canale assolse in modo egregio i suoi compiti di fulcro commerciale dal quale partivano e dove arrivavano senza sosta merci di ogni tipo, da ogni angolo del mondo. D’altra parte la vocazione marittima del popolo danese – basta pensare ai vichinghi – ha pochi eguali al mondo. Un popolo abituato a scrutare l’orizzonte, a interrogare le acque profonde degli oceani e le più piccole increspature sotto costa, non poteva certo permettere che questo simbolo cittadino cadesse in rovina. Il quartiere del porto aveva infatti iniziato un declino lento quanto inesorabile che la portò a diventare uno dei posti più malfamati della città. Circa cinquanta anni fa, il governo danese decise che era giunto il momento di dare nuova vita a Nyhavn e sfruttò l’irresistibile richiamo che l’acqua, elemento primordiale, esercita su chi vuole rilassarsi e trovare un seppur labile contatto con la natura. Ecco che il porto fu trasformato in quello che oggi è ironicamente conosciuto come il più grande bar della Scandinavia dove i locali – frequentati tanto dai turisti quanto dai danesi – sono perfettamente integrati nel paesaggio urbano e corrono paralleli al porto canale, ai piedi di edifici storici colorati, come colorate sono da sempre le abitazioni di pescatori, marinai e lupi di mare.

Cervia. Canale. Luca Masotto

Bisogna scendere di latitudine per incontrare un’altra storia di rinascita, legata al mare e, soprattutto, a un altro porto canale. Da sempre rinomata per le saline, sino a qualche secolo or sono, Cervia era saldamente ubicata nell’entroterra romagnolo. Entroterra dal quale dovette suo malgrado migrare a causa delle condizioni di vita insostenibili dovute alla malaria che si era ormai diffusa nelle “valli”. Non solo il territorio acquitrinoso non aiutava a debellare la zanzara vettore della temibile malattia, ma gli spostamenti erano molto complessi per via delle strade spesso impraticabili. Il declino economico sembrava ineludibile, aggravato dalle prime incursioni corsare. Così, la città fu rifondata – per decreto di papa Innocenzo XII – a breve distanza dalla costa: un investimento ingente, necessario alla costruzione del porto canale, dominato dalla torre intitolata a San Michele, dotata di una campana da suonare in caso di avvistamento di navi corsare. Alcuni pezzi di artiglieria proteggevano la città e il magazzino del sale, capace di contenere oltre 10.000 tonnellate del prezioso alimento, un quantitativo davvero sbalorditivo.

 

Il caso di Cervia mostra quindi con estrema chiarezza la capacità dei canali di razionalizzare gli elementi naturali e di adattare il territorio all’utilità dell’uomo, proteggendolo al contempo dalla furia degli elementi naturali e dalle razzie di popolazioni nemiche. Poche decine di chilometri a nord di Cervia, più precisamente a Comacchio, sorge un capolavoro di architettura e ingegneria: il complesso dei Trepponti, conosciuto anche come ponte Pallotta. Costruito nella prima metà del diciassettesimo secolo, proteggeva la città dai tentativi di incursione dal mare. Sotto le sue volte, il canale Pallotta, che accoglie le acque del mare Adriatico, si divide in quattro canali minori, distribuendosi all’interno del centro storico. Su una delle torri del complesso architettonico si può leggere un passaggio di Torquato Tasso che, nella Gerusalemme liberata, scrisse “il pesce colà dove impaluda ne i seni di Comacchio il nostro mare, fugge da l’onda impetuosa e cruda, cercando in placide acque ove ripare”.

I canali del paesaggio (Fabbri M., Masotto L.) è stato pubblicato originariamente sul periodico della Onlus Senza Frontiere.

Paleis Het Loo

Geometrie paesaggistiche

Dal giardino all’italiana in poi, il paesaggio è un delicato equilibro di forme, viste e prospettive.

La prima cosa che viene in mente quando si pensa alle geometrie in ambito paesaggistico è probabilmente il giardino formale all’italiana, ossia il particolare stile di origine tardo-rinascimentale caratterizzato da una scrupolosa suddivisione geometrica degli spazi. Questa era generalmente ottenuta tramite aree delimitate da siepi – rigorosamente potate in forma secondo i dettami dell’arte topiaria – e filari di alberi, con l’inserimento di statue, fontane e specchi d’acqua. Tutti aspetti che derivano dall’impostazione romana del giardino, sebbene in quest’ultima gli elementi decorativi, per esempio le statue, erano relegati nella porzione di proprietà distante dalla villa, mentre nel giardino rinascimentale assumono una posizione di primo piano vicino a palazzo.

Uno dei canoni principali del giardino all’italiana è costituito dalla rigorosa simmetria delle aiuole, dei viali e delle vasche caratterizzati da forme geometriche rettilinee, curvilinee o miste. A questa simmetria non si sottraggono nemmeno gli edifici, tanto che spesso esiste un vero e proprio asse che attraversa longitudinalmente sia il giardino sia la villa, dividendo la proprietà in due porzione quasi sovrapponibili. Talvolta, nei casi più complessi, la simmetria si sviluppa anche in senso ortogonale alla precedente con il risultato di suddividere giardino e abitazione in quattro porzioni pressoché identiche.

Un secondo elemento geometrico cardine del giardino italiano, spesso dimenticato, è costituito dall’orizzontalità dei piani. Nonostante il territorio italiano presenti una morfologia complessa e tutt’altro che pianeggiante, nei giardini rinascimentali si possono apprezzare ampie aree livellate, spesso sostenute da scarpate appositamente studiate se non da veri e propri terrazzamenti. Gradinate e scale, semplici o doppie, raccordano così i vari ripiani, incrociandosi in una simmetria perfetta. Una simile struttura sarebbe stata pericolosa per il fruitore e, quindi, i progettisti dell’epoca introdussero balaustre e parapetti ornati da statue, sculture e vasi, nonché vasche e peschiere per incorniciare le aiuole.

Luca Masotto agronomo Bellagio Villa Melzi

Ma il vero tratto distintivo del giardino all’italiana, quello che probabilmente salta con più facilità all’occhio, è sicuramente rappresentato dalle siepi, elemento fondamentale che disegna le aiuole, ispirandosi a motivi tortuosi di derivazione classica. Le siepi erano spesso realizzate tramite la messa a dimora di piante di bosso (Buxus sempervirens), specie molto adatta per le potature in forma obbligata: il colore intenso delle foglie del bosso risaltava a contrasto con il bianco della ghiaia stesa a formare i vialetti. Non era inoltre infrequente che questa geometrizzazione fosse portata all’estremo attraverso la costruzione di veri e propri labirinti vegetali, costituiti da siepi squadrate, di discreta altezza, realizzate con specie diverse in funzione della localizzazione geografica. Tra le piante più utilizzate, oltre al bosso, vi erano certamente il tasso, il ligustro, il lauroceraso, il carpino bianco, l’acero campestre, l’alloro, il biancospino e il leccio. Le geometrie vegetali erano poi completate dalle specie arboree, sebbene – per certi versi – queste costituivano una componente secondaria dell’assetto paesaggistico: nel giardino all’italiana prevale infatti la componente orizzontale del paesaggio, mentre quella verticale ha un ruolo subalterno. In ogni caso, gli alberi rivestono ruoli ben precisi: creano angoli riservati, separano il vero e proprio giardino dalle aree coltivate circostanti o, addirittura, richiamano i motivi architettonici locali (per esempio, delle murature), ricreando archi, merli, capitelli e pilastri. Le specie maggiormente utilizzate sono quelle a foglia piccola che si adattano alla potatura formale quali leccio, tiglio (Tilia cordata) e carpino. Il carpino è protagonista indiscusso: si tratta di una specie interessante anche per la peculiarità di trattenere sui rami le foglie – ormai secche e di colore marrone aranciato – sino alla ripresa vegetativa seguente; molto duttile, si presta bene alla formazione di “carpinate” ossia siepi omogenee che spesso raggiungono altezze notevoli.

Tuttavia, nel giardino italiano non vengono impiegate solo specie in forma obbligata, bensì si sfruttano le peculiarità di piante che, per loro natura, presentano un’architettura peculiare: non solo il classico cipresso – divenuto emblema del paesaggio italiano – ma anche specie quali Pinus pinea, pino caratterizzato da un fusto sinuoso e da una chioma a ombrello.

Certo si osserverà che gli elementi sopra descritti sono presenti anche nei grandi giardini francesi. In effetti il giardino all’italiana ha rivestito un ruolo fondamentale nella storia del paesaggio, ispirando anche i più grandiosi giardini d’oltralpe. Il giardino francese richiama infatti tutti i canoni di quello italiano e, sostanzialmente, se ne distingue per una maggiore estensione, questa favorita da un territorio pianeggiante, decisamente più semplice da plasmare. Il giardino francese completa le geometrie vegetali con specchi d’acqua di forma regolare, parterre con siepi a disegni più o meno complessi, ma anche padiglioni, limonaie e arancere destinate al ricovero invernale degli agrumi. Questi ultimi sono infatti coltivati in vaso, in forma rigorosamente obbligata, e destinati alla decorazione dei piazzali antistanti i principali edifici facenti parte del parco. Non sono trascurate nemmeno le piante erbacee: alcune specie da fiore e da foglia sono diffusamente impiegate per ottenere ricercati effetti ornamentali.

Paleis Het Loo

Le piante erbacee vennero invece elevate a elemento caratterizzante il giardino olandese dove i fiori sono coltivati in abbondanza all’interno di aiuole geometriche. L’Olanda del Seicento, Paese democratico, non produsse giardini di dimensioni paragonabili a quelli della Francia imperiale. Al contrario, il giardino riflette lo spirito calvinista olandese: improntato a grande semplicità, si sviluppa su superfici contenute e annulla ogni richiamo a elementi mitologici. Lo spazio è spesso suddiviso in ambienti riservati di forma regolare e i margini della proprietà sono spesso delimitati da quinte vegetazionali.

A partire dalla seconda metà del diciottesimo secolo, questa esuberanza geometrica portò a un movimento di reazione, soprattutto in Inghilterra, dove iniziò a diffondersi un parco dal sapore naturaliforme, costituito da viali tortuosi e aiuole sinuose, sistemazioni ondulate del terreno, piante allevate in forma libera, specchi d’acqua irregolari e alimentati da piccole cascate e ruscelli. Ma fu una parentesi: nel secolo successivo riaffiorarono assetti vegetazionali e composizioni paesaggistiche precise e rassicuranti.

Ancora oggi, nonostante siano trascorsi molti secoli dal periodo d’oro del Rinascimento, la geometria non ha abbandonato giardini e parchi, né il paesaggio in generale. A Parigi, per esempio, a poche decine di chilometri dai grandiosi giardini di Versailles si può passeggiare all’interno del parco André Citroën, progettato da Patrick Berger e Gilles Clement nel 1985, dove lo spazio è scandito da percorsi rettilinei, lunghe vasche rettangolari e da una grande area a prato di forma regolare. Il grande rettangolo di tappeto erboso, di fatto, occupa quello che una volta era lo stabilimento della nota casa automobilistica, a due passi dalla Senna. In questo caso, la geometria del paesaggio richiama la scansione precisa degli spazi e dei movimenti all’interno della vecchia fabbrica.

Herning Danimarca giardino musicale Sorensen

A Herning, in Danimarca, nelle aree circostanti il campus universitario si può invece visitare un giardino progettato da Sørensen, definito da molti lo “scultore del paesaggio”. Qui la geometria diventa tridimensionale con poligoni di carpino che emergono dal terreno. Un’idea apparentemente semplice e banale ma che ha permesso la formazione di un paesaggio di elevata qualità estetica: la diversa altezza delle siepi crea una sorta di musicalità tanto che il giardino è chiamato anche “il giardino musicale”.

Articolo originale (M. Fabbri, L. Masotto) pubblicato sul numero 3/2016 del periodico dell’associazione Senza Frontiere.

Agronomo Milano Orto giardino

Orto giardino, utile e dilettevole

Orto giardino: perché rinunciare ai piaceri del giardino se si vuole fare l’orto?

L’orto giardino è sempre più diffuso, vuoi per la crescente passione verde degli italiani, vuoi per gli spazi ridotti che costringono a concentrare tutto in pochi metri quadrati. L’orto giardino è una delle tendenze del verde contemporaneo, spazi aperti (anche terrazzi) dove lo svago e la contemplazione sono associati all’utilità di coltivare ortaggi, frutti e aromi. Da una parte ci sono i proprietari di giardini – numerosissimi – che vogliono arricchire il giardino di piante a uso culinario, dall’altra ci sono i conduttori dei tradizionali orti che desiderano aumentare la valenza estetica e paesaggistica della proprietà grazie all’introduzione di specie ornamentali.

Occorre ripensare gli spazi, scombinare i percorsi, abbandonare le rigide geometrie delle aree coltivate, aprire il giardino a piante “insolite”. Non si deve avere paura di sbagliare perché, come spesso si dice, nel giardinaggio non esistono errori, solo esperimenti.

Un orto giardino non è la semplice commistione tra i due tradizionali assetti vegetazionali: non è sufficiente inserire pomodori in un’aiuola! È importante (ri)disegnare le varie zone in modo che queste possano accogliere in modo armonico e ragionato le diverse specie vegetali al fine di ricreare uno spazio fruibile e, al contempo, utile dal punto di vista produttivo.

Laddove lo spazio dovesse essere esiguo, tuttavia, il consiglio è quello di segmentare la proprietà in due zone funzionalmente distinte con l’area a giardino, di norma, posta nei pressi dell’ingresso e quella a orto in una posizione più defilata. La separazione tra le due zone potrà essere realizzata con piante aromatiche opportunamente scelte al fine di rendere graduale la transizione tra gli ambienti: lavanda, elicriso, salvia (in tutte le sue infinite varietà) e rosmarino – anche nella forma prostrata, ossia ricadente – sono le specie che fanno al caso nostro. In alternativa, si può optare per separare in modo netto le due aree funzionali, per esempio con una piccola recinzione colorata oppure con una siepe bassa di aromatiche oppure ancora – come ho scelto di fare a casa mia – con vasi di recupero riverniciati ad hoc. Nel mio caso, le fioriere riciclate hanno il triplice scopo di delimitare l’orto, di creare geometrie lineari in contrasto con le curve morbide delle aiuole ornamentali e di individuare una serie di accessi informali all’area coltivata.

Se abbiamo a disposizione spazi regolari e importanti – nell’ordine di alcune centinaia di metri quadrati – possiamo aspirare a risultati ancora più interessanti. In questo caso, l’orto e il giardino potranno essere espressione di un unico ambiente dove il disegno di aiuole floreali e commestibili deve essere unitario. Perché non sviluppare l’orto lungo un percorso profumato di aromatiche? Un orto da coltivare, da guardare, da “passeggiare”. Così, dopo il raccolto, porteremo in casa non solo pomodori e zucchine ma anche margheritone colorate, fiori di ortensia e steli di hemerocallis con i quali rallegrare gli interni dell’abitazione.

L’importante è non concedere troppo alla fantasia, pena la perdita di funzionalità e fruibilità dell’orto giardino. In particolare, se lo spazio ce lo consente, dobbiamo ricordarci di ritagliare due elementi fondamentali per la vita all’aperto: un’area relax destinata al gioco, alla tintarella o alla lettura di un buon libro e un’area da pranzo dove intrattenere gli ospiti con pietanze leggere e saporite a base dei frutti dell’orto. Un pergolato rustico o hi-tech con una vite da tavola, alcune piccole piante da frutto e, sullo sfondo, file ordinate di pomodori – da cogliere al volo – nonché melanzane e peperoni da grigliare al momento. Il tutto immersi nel profumo di rosmarino, santoreggia, timo, salvia, origano e maggiorana.

Per i più grandi una foglia di menta cade in un bicchiere da cocktail pestato (ottima la varietà ‘Yerba Buena’ ma… attenzione al caldo!), per i più piccoli, la stessa menta potrà aromatizzare un rinfrescante tè freddo.

E le vacanze iniziano prima ancora di lasciare casa!

(Articolo redatto per il numero 8/2016 del mensile RatioFamiglia, www.ratiofamiglia.it)

Vedi anche l’articolo “L’orto terrazzo, coltivare fino al cielo

Progettazione giardini Milano

Estate a tutto colore!

Progettazione giardini Milano: le piante giuste per dipingere balconi e terrazzi.

L’estate si avvicina, il caldo inizia a farsi sentire, il pensiero corre veloce ai pomeriggi e alle serate passate in giardino o sul terrazzo in compagnia di ospiti e amici. In queste occasioni non è infrequente che l’argomento cada sulle piante che ci circondano e allora… come possiamo fare bella figura? Quali piante scegliere per avere una fioritura continua nel corso dell’estate?
Le possibilità non mancano! Sono molti gli arbusti e le specie erbacee perenni che possiamo utilizzare, ricordando che prima di qualsiasi acquisto è bene verificare sia le caratteristiche del terreno sia l’esposizione dell’aiuola o del vaso, altrimenti la tanto desiderata fioritura potrebbe risolversi in ben poca cosa. Le fioriture, infatti, sono condizionate in modo rilevante dal “benessere” della pianta e, soprattutto, dalla radiazione luminosa che possono intercettare: anche la più fiorifera delle rose farebbe scena muta se posta in un angolo buio.
La potentilla, per esempio, è un arbusto dimenticato. Minuta e caducifoglia, di forma tondeggiante, da maggio ai primi freddi produce una grande quantità di fiori a coppa di colore variabile tra il giallo, il rosso e il rosa a seconda delle varietà. Sebbene la fioritura non sia particolarmente appariscente, ha il vantaggio di essere continua e duratura: un ottimo sfondo per altre piante da fiore.
La tamerice, invece, è un arbusto o piccolo albero che si prodiga in una fioritura vaporosa e leggera, di colore rosa, che si manifesta in primavera, in estate o in autunno a seconda delle specie. Se vogliamo stupire i nostri ospiti con una nuvola rosa estiva, allora dobbiamo orientarci su Tamarix pentandra, ottima anche per i giardini “dimenticati” – magari nelle seconde case al mare – perché sopporta bene sia l’aria salmastra sia le condizioni di aridità.
Se poi vogliamo avventurarci nel mondo pressoché sconfinato delle piante erbacee allora le possibilità di scelta aumentano considerevolmente.
Una delle prime specie che vengono alla mente pensando all’estate è Rudbeckia fulgida, un’asteracea dal tipico aspetto di “margheritona” dove l’infiorescenza è costituita da grandi capolini con “petali” di colore giallo intenso, riuniti attorno a un bottone scuro. Rudbeckia occupa lentamente le aree circostanti a quelle dove è messa a dimora, un ottimo rimedio per contrastare le infestanti estive. Il rovescio della medaglia, così come per le altre erbacee di cui si dirà, è che in inverno secca e deve essere recisa; ma la primavera successiva tornerà senza indugio, preceduta da un letto di foglioline verdi.
Con varietà che sfoggiano colori compresi tra il verde pallido e il giallo intenso, tra il rosa tenue e il rosso fuoco, il genere Hemerocallis è una vera e propria macchina da fiori. Sul mercato sono disponibili centinaia di varietà, alcune delle quali sempreverdi o semisempreverdi (ossia le foglie sopravvivono alla stagione fredda se l’inverno non è troppo rigido). I fiori non durano molto ma vengono prodotti in continuazione.
Rudbeckia e, soprattutto, Hemerocallis sono erbacee già abbastanza diffuse e che possono essere trovate con relativa facilità nei vivai. Un po’ più insolite, invece, sono le ultime due piante che vi presento: Kniphofia e Crocosmia. La prima è un fiammeggiante punto esclamativo in giardino, originario dei climi caldi sudafricani ma ottimamente adattata anche alle nostre temperature. Crocosmia è invece una delle più eleganti tuberose da fiore, ottima anche come fiore reciso, le cui foglie, in primavera, tagliano l’aria fresca del mattino con raffinatissime pennellate di colore verde intenso.

Articolo pubblicato originariamente su RatioFamiglia del 13 giugno 2016 (www.ratiofamiglia.it)

Luca Masotto, dottore agronomo Milano n. 1212, si occupa di progettazione e gestione di giardini e terrazzi a Milano e in tutta la Lombardia.