Droni e verde urbano agronomo Milano

Droni multispettrali: un supporto per la gestione del verde urbano

L’impiego di droni nell’ambito del verde urbano è un ottimo punto di partenza e di completamento per tutti quegli interventi che mirano al contenimento dell’impiego di prodotti chimici e alla gestione del rischio associato alla presenza di alberi.

 

Un nuovo strumento per l’agronomo di città

È ormai di moda parlare di dati. Qualunque sia l’obiettivo di un progetto, la raccolta e l’esame di una grande quantità di dati è un elemento imprescindibile per una consulenza moderna ed efficace. Parlare di dati, quindi, non è un fenomeno passeggero, bensì un vero e proprio cambio di paradigma: con l’avanzare della tecnologia, ogni tipo di consulenza sta modificando il proprio approccio tanto che gli aspetti quantitativi stanno assumendo un peso predominante rispetto a quelli qualitativi. Ovviamente, nessuna macchina – per quanto sofisticata – potrà mai prendere il posto del professionista nell’ambito dell’analisi di sistemi complessi (soprattutto se “aperti” come il caso di un ecosistema urbano). Ma se ben utilizzate, le tecnologie di ultima generazione possono aiutare le consulenze libero professionali a compiere un notevole salto di qualità.

Il Progetto Parco di Villa Zoia a Concorezzo (Monza)

È per questo che ha preso avvio il Progetto Zoia che prevede la raccolta di grandi quantità di dati spaziali e puntuali al fine di una loro successiva analisi per comprendere nei minimi dettagli lo stato di fatto relativo a un parco cittadino della bassa Brianza. In questi giorni è stato svolto un rilievo tramite drone per la mappatura tridimensionale del Parco che permetterà di ottenere un modello digitale del terreno. Questo, a sua volta, consentirà di approfondire le dinamiche idrauliche con tutte le conseguenti implicazioni in materia di irrigazione, fitopatologia, nutrizione.

Droni e riprese multispettrali

Ma la restituzione dei dati raccolti nel campo del visibile è solo il primo passo per una conoscenza completa dell’ecosistema urbano. In primavera, una volta che le piante avranno rimesso completamente le foglie, si procederà a uno o più voli di completamento, volti alla raccolta di dati multispettrali: speciali camere rileveranno la quantità di radiazione riflessa a particolari lunghezze d’onda. I dati, rielaborati da appositi algoritmi in fase di affinamento, metteranno in evidenza la naturale variabilità di condizione fisiologica in funzione della specie, del luogo di messa a dimora, dell’esposizione nei confronti dei punti cardinali. Sulla base di successivi sopralluoghi di validazione in campo, si potranno individuare sul nascere le difficoltà fisiologiche o patologiche della vegetazione, intervenendo in modo rapido, mirato ed efficace.

Uno strumento, tante applicazioni

In ultima analisi, quindi, l’impiego di droni nell’ambito del verde urbano è un ottimo punto di partenza e di completamento per tutti quegli interventi ad alto contenuto consulenziale che mirano al contenimento dell’impiego di prodotti chimici e alla gestione del rischio associato alla presenza di alberi. Si pensi, per esempio, alla possibilità di individuare tempestivamente eventuali difficoltà radicali di alberi di alto fusto, introducendo programmi di lotta biologica nonché verifiche di stabilità con strumenti avanzati quali la prova dinamica di tenuta dell’apparato radicale.

Droni e verde urbano agronomo Milano

Per qualsiasi informazione sono a disposizione al numero 333.4603805 o all’indirizzo di posta studio@lucamasotto.it
I rilievi sono stati realizzati grazie alla collaborazione dei tecnici agrosurvey.farm

Labirinto di Mezzago

Tra i labirinti del paesaggio

Tra i labirinti del paesaggio

Perdersi tra piante, percorsi e simboli

Architetto e scultore, Dedalo è conosciuto principalmente per essere l’ideatore del celebre labirinto del Minotauro. Non è quindi un caso se il suo nome è ancora oggi considerato sinonimo di “labirinto”, costruzione architettonica dell’antichità caratterizzata da uno sviluppo planimetrico così articolato da rendere quasi impossibile l’orientamento e l’uscita dall’edificio.

Entrata labirinto parco della preistoria

Non è nemmeno un caso se uno dei primi labirinti in ambito giardinistico sia stato denominato “Maison Dedalus”, casa di Dedalo, quando venne realizzato all’interno delle proprietà del castello di Hedsin in Francia. Oggi di questo primo labirinto vegetale – risalente al quattordicesimo secolo – non rimane traccia alcuna, sebbene della sua esistenza via siano svariate prove scritte. Si trattava in ogni caso di una struttura molto simile al cosiddetto “labirinto dell’amore”, tipicamente organizzata secondo cerchi concentrici di siepi, al centro dei quali sorgeva un edificio, di norma un padiglione. Nel mezzo dell’edificio, poi, era messo a dimora un albero, che riassumeva simbolicamente una ricca schiera di riti e celebrazioni pagane legate alla ciclica rinascita della natura, allo scorrere del tempo e delle stagioni con il loro volgere di nascite, crescite, decessi e rinascite. Il legame con i miti della fecondità è evidente e, da questo, deriva l’allusione erotica e amorosa. Ma il labirinto dell’amore non è solo luogo fisico dove ricercare una più o meno fugace avventura lontano da occhi indiscreti, bensì anche simbolo della frequente difficoltà e dell’ambiguità di molte storie d’amore.

L’albero al centro del labirinto era anche evidente richiamo dell’albero della vita presente nel giardino dell’Eden. Le coppie che – passeggiando, rincorrendosi e chiacchierando – cercavano di raggiungere il centro del labirinto percorrevano quindi la stessa metaforica strada della coppia primigenia dell’Eden, una strada volta alla conoscenza ma anche al peccato. Su queste basi, in epoca medievale, si innestavano quindi numerose e variegate discussioni di carattere teologico e filosofico che poco hanno tuttavia a che vedere con gli aspetti squisitamente paesaggistici.

Forse anche per questo, nei secoli successivi, venne un po’ meno l’interesse per il labirinto. In effetti non ne furono più costruiti con regolarità almeno sino al diciottesimo secolo, anzi molti furono rimossi per dare spazio a nuove forme di assetto paesaggistico.

Villa Pisani

Proprio a cavallo tra Seicento e Settecento nacque l’architetto e poeta Gerolamo Fragimelica, autore dello splendido labirinto di Villa Pisani a Stra in provincia di Venezia. Il labirinto era una delle attrazioni del magnifico parco che si estendeva per oltre 11 ettari nei dintorni della Villa, tra gallerie di glicine, scuderie, broderies con grandi statue che si ispiravano ai modelli francesi di Andrè Le Notre a Versailles. Il labirinto di Villa Pisani ha comunque mantenuto la struttura originale settecentesca: nove cerchi concentrici costituiti da siepi, un tempo di carpino, oggi di bosso. Al centro del labirinto venne costruita una torretta dotata di due scale elicoidali esterne, ennesimo stratagemma per confondere i visitatori giunti al termine dell’esplorazione del dedalo verde. Solo in cima a questa torre, quindi, sarebbe giunta al termine la rincorsa amorosa del cavaliere che, finalmente, poteva incontrare la sua dama.

Castello di Schönbrunn

Alla stessa epoca risale il labirinto del castello viennese di Schönbrunn dove un tempo passeggiava l’imperatore e la sua famiglia. Costruito a partire dal 1698, questo labirinto era costituito da quattro sezioni di forma diversa e da un padiglione centrale rialzato dal quale era possibile osservare l’intero tracciato. Nel tempo il labirinto è stato lentamente abbandonato e solo da una ventina di anni circa è stato ripristinato: oggi è possibile seguire i suoi percorsi e immergersi in quasi 2.000 metri quadrati di dedalo. Non troppo distante sorge un altro labirinto, più recente e meno “classico”, dotato di giochi tattili ed enigmi matematici: dedicato ai più piccoli, ospita al centro un grande caleidoscopio che consente di osservare i visitatori da un punto di vista decisamente insolito.

Il parco de Horta

Si deve al marchese de Llupià, de Poal i d’Alfarràs la costruzione del parco de Horta. Uomo molto illuminato, il marchese incaricò l’architetto Domenico Bagutti di progettare un paro all’interno della propria tenuta, successivamente realizzato – all’inizio del diciannovesimo secolo – dal giardiniere francese Delvalet, supervisionato da Jaume Valls, direttore lavori catalano. La proprietà del parco rimase alla famiglia Desvalls sino agli anni Settanta del Novecento quando, destino comune a molti parchi privati, passò in gestione alla Città di Barcellona che ne fece un parco pubblico molto particolare tanto che, dopo il profondo restauro avviato nel 1994, il parco ha assunto la forma di “giardino museo”. Spettacolare attrazione del parco è certamente il labirinto che, circondato da maestose quinte vegetazionali di leccio, pino e farnia, assume una connotazione raccolta e tranquilla. L’arte topiaria è certamente padrona di questo scorcio di parco che, per altri versi, assume caratteristiche più eclettiche e informali, frutto della sua evoluzione in costante dialogo con le tendenze paesaggistiche dei decenni successivi la costruzione.

Castello di Donnafugata

Non sempre però i labirinti sono realizzati tramite la messa a dimora di piante. Anzi, talvolta, l’uso di materiale morto permette un maggiore dialogo con il paesaggio circostante. È il caso notevole del labirinto del Castello di Donnafugata in provincia di Ragusa, costruito con muretti a secco di pietra bianca ragusana e il cui ingresso era attentamente sorvegliato da un soldato in pietra. Si trattava di uno dei passatempi che allietavano la corte e i suoi ospiti, altrimenti balia della noia inattiva del caldo torrido estivo. La pianta di questo dedalo ragusano ha un particolare disegno trapezoidale, derivato – si potrebbe dire “copiato” – dal labirinto della tenuta inglese di Hampton Court Palace, il più antico labirinto di siepi del Regno Unito.

Labirinto castello di Donnafugata

Passeggiare nel “pirdituri” di Donnafugata, al pari di girovagare per il circostante parco di 8 ettari, era quindi un modo per godere del paesaggio circostante, costringendo gli ospiti a uscire dalle fresche stanze del castello per perdersi nei corridoi all’aperto ornati di rose rampicanti.

Labirinto di Mezzago

Un altro modo, molto più recente, per invitare la gente a lasciare le proprie case ed esplorare le campagne è quello che vede protagonista la cittadina di Mezzago, a pochi passi da Monza, nota per la produzione del rinomato asparago rosa. Qui si lasciano parchi e giardini per addentrarsi in un contesto di respiro ancora maggiore che vede protagonista l’ambiente rurale tramite opere di land art. Ideato dall’artista di origine tedesca Maria Mesch, ormai trapiantata in Italia, il labirinto di Mezzago viene realizzato annualmente in un appezzamento di mais di circa un ettaro. Un’opera d’arte (con)temporanea dal momento che, per sua natura, il mais deve essere raccolto dopo pochi mesi dalla semina. Tempo breve, è vero, ma sufficiente per permettere ai visitatori di godere di un’esperienza unica, a contatto con una coltura fortemente radicata nel territorio.

Labirinto di Mezzago

Un’opera che è realizzata per (di)segnare il territorio, per farne luogo facilmente – anche se temporaneamente – riconoscibile, per dare valore identitario a uno dei tanti, anonimi, campi di mais disseminati nella pianura padana. Al contempo, passeggiare all’interno del mais, consente di rallentare, riflettere, chiacchierare.

In altri termini, perdersi per ritrovarsi, ma questo vale un po’ per tutti i labirinti.

 

Articolo (M. Fabbri, L. Masotto) pubblicato originariamente sul numero 4/2017 del periodico dell’Associazione Senza Frontiere Onlus

Drone e verde urbano

Sperimentazione e innovazione: droni e verde urbano

Impiego di droni nel verde urbano

“Singolare studio quello che vuole mettere in atto l’agronomo Luca Masotto”

Così apre l’articolo del Giornale di Vimercate del 31 ottobre 2017 a firma di Rodrigo Ferrario che ringrazio per la chiacchierata.
In effetti, lo studio, svolto in collaborazione con Agrosurvey – brand di Drone Emotions specializzato nell’agricoltura di precisione – è decisamente innovativo e mira a introdurre l’uso di droni nel campo della gestione del verde urbano. Lo scopo è quello di valutare lo stato fisiologico delle piante di alto fusto in due aree della città di Concorezzo aventi caratteristiche stazionali molto diverse:

  • Parco di Villa Zoia, ottimo banco di prova grazie alle oltre 200 piante di alto fusto appartenenti a svariate specie e varietà;
  • Via Kennedy, dove vi è un filare di tigli in parte potato a inizio 2017 in parte potato diversi anni or sono.

Droni: nuova frontiera nella gestione degli alberi

Gli esami – già autorizzati dalla Giunta comunale – saranno svolti grazie a droni (ad ala fissa o ad ala rotante) in grado di trasportare fotocamere ad alta risoluzione per lo sviluppo di modelli tridimensionali del terreno e camere multispettrali capaci di leggere lunghezze d’onda invisibili all’occhio umano. A seconda dello stato fitosanitario e fisiologico, infatti, le piante presentano caratteristiche di riflettanza differenti: i sensori delle camere multispettrali catturano le onde elettromagnetiche riflesse dalle foglie e li inviano a un computer. I dati raccolti saranno quindi elaborati tramite particolari algoritmi dai quali si otterranno indici di vigoria sotto forma di mappe in falsi colori. Per avere un’idea della mappa in falsi colori, l’immagine seguente riporta i risultati di uno studio in campo agricolo recentemente svolto insieme ad Agrosurvey in provincia di Latina.

Droni e verde urbano

 

I dati rilevati ed elaborati in falsi colori dovranno essere successivamente validati da indagini agronomiche e arboricolturali di campo.
In questi giorni sono in via di definizione i piani di volo in attesa delle condizioni operative e stagionali più adatte per dare il via alla sperimentazione.

Per qualsiasi informazione o approfondimento potete contattarmi ai recapiti di Studio: mob. 333 4603805 o email studio@lucamasotto.it

Lo studio è svolto in stretta collaborazione con Agrosurvey, azienda specializzata nell’agricoltura di precisione (www.agrosurvey.farm)

Giornale di Vimercate

 

Milano Progettazione del verde

L’importanza del verde nel contesto urbano: intervista a Pronto Pro.

Oggi ho avuto il piacere di rilasciare un’intervista al blog di ProntoPro.
Una chiacchierata veloce a proposito dell’importanza del verde nel contesto urbano: dalla regolazione del microclima urbano al ruolo del verde pensile, dalla valutazione di stabilità degli alberi e dei rischi loro connessi alla divulgazione ambientale.
L’intervista completa alla pagina internet del blog di ProntoPro disponibile al seguente link: https://www.prontopro.it/blog/ecco-come-il-verde-puo-migliorare-la-qualita-della-nostra-vita/

QTRA Aboricoltore Milano Agronomo

Arboricoltore Milano: dall’analisi di stabilità alla valutazione del rischio

L’arboricoltore a Milano: dall’analisi di stabilità alla valutazione del rischio

Siamo spesso abituati a gestire gli alberi in funzione delle loro condizioni intrinseche. Hanno difetti strutturali? Hanno problemi fisiologici o malattie fungine?
Soprattutto, di solito, vogliamo scongiurare schianti o sbrancamenti, quasi fosse automatico il nesso tra caduta di un albero (o di una branca) e danni a persone e cose. Se la branca cadesse proprio mentre passa qualcuno? Se quell’albero inclinato cedesse proprio mentre sta uscendo qualcuno con l’automobile?

Arboricoltore Milano

Valutazione di stabilità degli alberi. Una scienza evoluta

La valutazione di stabilità degli alberi ha fatto notevoli progressi negli ultimi decenni. Metodi, prassi e protocolli hanno affinato le procedure di indagine.
Sofisticati strumenti tecnologici permettono oggi di indagare la consistenza dei tessuti legnosi in modo poco o per nulla invasivo.
Tuttavia solo ora si sta affacciando in Italia un approccio diverso alla coesistenza degli alberi con le attività umane.

QTRA. Un approccio quantitativo all’esame di stabilità degli alberi

Si tratta della valutazione del rischio associato alla presenza di alberi. Uno degli approcci più diffusi è il QTRA (Quantified tree risk assessment); si tratta di una valutazione quantitativa del rischio, quindi indipendente da ragionamenti di carattere qualitativo, talvolta emotivo, che sono tradizionalmente applicati alla materia.
Il metodo QTRA si basa su solide basi statistiche capaci di calcolare la probabilità che un albero possa provocare danni nel corso dei successivi 12 mesi. I parametri da valutare sono lo stato morfofisiologico e biomeccanico degli alberi, la frequentazione della potenziale area di schianto, le condizioni meteoclimatiche locali, le sollecitazioni cui l’albero è sottoposto e la probabile evoluzione dei fattori precedenti.
In questo modo viene stimata una probabilità di danno traducibile in termini monetari in modo da valutare se il costo degli eventuali interventi arboricolturali (potature, abbattimenti, ecc.) sia giustificabile o meno.

Valutazione del rischio degli alberi. I vantaggi

La valutazione del rischio degli alberi, in ultima analisi, può quindi essere vista come una razionalizzazione degli interventi in grado di allocare al meglio le risorse finanziarie destinate alla cura del verde, tanto in ambito pubblico quanto in ambito privato.

Luca Masotto è registered user per l’applicazione del metodo QTRA in Italia. Per maggiori informazioni è possibile inviare una email all’indirizzo studio@lucamasotto.it oppure contattarmi direttamente al 333 4603805.
La metodologia QTRA è descritta in dettaglio sulla pagina ufficiale www.qtra.co.uk

Paesaggio Barolo Luca Masotto agronomo Milano

La nascita del paesaggio

La nascita del paesaggio

Paesaggio e natura non sono sinonimi. Il ruolo (e le responsabilità) dell’uomo

Gran parte delle religioni primitive, probabilmente tutte, rivelano un sentimento profondo per la natura. A prescindere dalla loro posizione geografica, tutti i popoli sono dotati di un’ampia collezione di storie e leggende che lega l’origine del mondo – o il sostentamento della popolazione – a miti più o meno elaborati. Si pensi a Cerere, divinità latina dell’agricoltura (conosciuta come Demetra nell’antica Grecia): sua figlia Proserpina (Persefone per i greci), sequestrata sotto terra dal dio dei morti, era restituita alle braccia materne solo per parte dell’anno e, per questo, simboleggiava il ciclo della vegetazione.

La natura era osservata, temuta e, certamente, contemplata con meraviglia e stupore; in altri termini, l’uomo ha sempre teso a riflettere circa la natura e, in ultimo, circa la propria collocazione all’interno dell’universo naturale. Tuttavia, già all’epoca il concetto di natura era ben distante da quello di paesaggio: quest’ultimo richiama valenze di carattere estetico e non si limita, per esempio, alla contemplazione delle “forze” della natura ovvero delle forme monumentali che questa sovente assume.

La caratteristica principale del paesaggio risiede quindi nel fatto che un frammento di natura limitato è catalogato come unità e definito attraverso confini. Se si delimita ai propri occhi una parte della natura con il suo infinito simbolico si ottiene la concretizzazione del paesaggio come separazione tra uomo e natura. Non è un caso se molti studiosi affermano che la nascita del concetto di paesaggio sia coincisa con l’affermazione della pittura di paesaggio che, a partire dal sedicesimo secolo, si diffuse in tutta Europa sino ad assumere i caratteri dirompenti della pittura en plein air che diede origine alla tanto vituperata (allora) quanto apprezzata (ora) corrente impressionista. Quest’ultima, per inciso, ebbe il merito di contrastare l’idea del paesaggio quale cristallizzazione di se stesso: a seconda delle ore del giorno e delle condizioni atmosferiche l’occhio riceve stimoli diversi che il cervello trasforma in immagini ed emozioni differenti sebbene derivate dai medesimi elementi materici.

Pertanto, la storia del paesaggio procede con il processo per il quale alcune determinate zone della terra sono “scoperte”, identificate e rese visibili dal punto di vista estetico in modo del tutto simile a quanto avviene nella storia dell’arte. Catalogazioni che permettono di comprendere meglio le caratteristiche di un certo territorio. Come i cosiddetti impressionisti non erano definiti in quel modo prima che i critici li “etichettassero”, così il paesaggio non è riconosciuto appieno prima che qualcuno sia in grado di delimitarlo: ecco nascere i paesaggi delle Langhe, del Carso, del Vulture. Paesaggi che di norma hanno connotazioni prevalentemente rurali in quanto gli aspetti più “costruiti” sono spesso relegati al ruolo di intrusi. È paradossale, tuttavia, il fatto che coloro che vivono in contesti poco contaminati – per esempio gli abitanti dei villaggi rurali di molti Paesi meno sviluppati – non sappiano apprezzare appieno il paesaggio che li circonda: si arriva all’assurdo dell’agricoltore che conosce perfettamente la campagna che lavora ma non è in grado di comprenderne il valore paesaggistico quasi che il piacere della contemplazione fosse negato laddove prevalgono il bisogno o il profitto.

Paesaggi del Vulture Luca Masotto agronomo Milano

Talvolta, la conservazione/percezione di un paesaggio è legata alla valorizzazione di un prodotto: si pensi alla viticoltura di montagna della Valtellina, delle Cinque Terre o della Val d’Aosta oppure a certe produzioni lattiero-casearie tipiche di zone marginali. In questi casi, l’apprezzamento del paesaggio corre di pari passo con il mantenimento del prodotto dell’attività dell’uomo (e viceversa). Da qui segue l’importanza di comunicare il paesaggio, riconoscerlo, valorizzarlo anche grazie alle attività antropiche tradizionali che, quindi, non sempre sono negative; al contrario il più delle volte i paesaggi “incontaminati” nascondono la “mano invisibile” dell’uomo. Agli elementi naturali si affiancano e si sovrappongono i materiali di origine antropica che, al di là delle (inevitabili?) brutture, celano anche aspetti positivi: la libera azione creatrice degli uomini rende ogni paesaggio il prodotto di un’arte, di un agire volto a mutare la natura verso l’utile e il bello.

Caratteristico del paesaggio è dunque il fatto che un frammento di natura individualmente limitato è considerato come unità e definito attraverso confini. Non si tratta solamente di estetica: la componente etica non è indifferente poiché il paesaggio è intimamente connesso all’azione dell’uomo, al progetto dell’individuo all’interno dell’ambiente e della società. D’altra parte, quest’ultima si identifica con il dominio sulla natura ossia quella premessa di libertà il cui contenuto estetico è il paesaggio. Non si deve in ogni caso negare la libertà derivata dall’avere superato la fase in cui l’uomo era sottomesso alla potenza della natura, né rifugiarsi nel sentimentalismo o nel passato originario. Tuttavia, è importante che l’uomo, schiavo affrancato della natura, ne diventi suo legislatore consapevole al fine di tutelare se stesso e il suo prodotto, il paesaggio.

Allevamenti Patagonia Luca Masotto agronmo Milano

Ogni paesaggio, quindi, ha in sé peculiarità che esprimono il patrimonio socio-culturale di una popolazione. Per questo motivo ogni luogo appartiene ai propri cittadini i quali non dovrebbero subirne le trasformazioni senza parteciparvi. Le politiche paesaggistiche – riguardino la pianificazione di lungo periodo o i singoli progetti – non possono ignorare questi concetti e devono leggere e rispettare le singole peculiarità, in equilibrio tra la mera conservazione dell’esistente e la volontà di apportare modifiche, anche sostanziali, al paesaggio al fine di dare sfogo alle esigenze di rinnovamento provenienti non solo dai singoli progettisti ma anche dalla società tutta. Non solo protezione quindi, ma gestione e pianificazione del territorio e delle sue evoluzioni.

L’idealizzazione nostalgica del passato è l’anticamera del conservatorismo più bieco e deve pertanto essere evitata. Al contrario, il recupero estetico e la rappresentazione della natura in quanto paesaggio hanno una funzione positiva fondamentale dal momento che mantengono aperto il legame dell’uomo con la natura e permettono al primo di esprimersi e alla seconda di fornire spunti e continui elementi di riflessione. In quest’ottica, la valorizzazione della natura non può essere vista alla stregua di un’operazione reazionaria o conservatrice, bensì quale strumento di rinnovamento culturale. Purché non si ricalchi la stessa strada percorsa dalla storia dell’arte lungo la quale, a un certo punto, il paesaggio fu dimenticato e l’attenzione fu rivolta esclusivamente al linguaggio. Di paesaggio è bene parlare sempre per tenere alta l’attenzione su quello che, probabilmente, è il principale bene non rinnovabile di cui disponiamo.

Articolo pubblicato originariamente sul periodico della Fondazione Senza Frontiere Onlus.

Progettazione del verde | Luca Masotto

Agronomo Monza: l’accertamento tecnico preventivo

L’accertamento tecnico preventivo

L’ATP è uno strumento di urgenza utile a chiarire gli aspetti tecnici che hanno provocato un vizio. L’importanza di porre un buon quesito al CTU

Negli ultimi anni, nei procedimenti giudiziari, gli aspetti tecnici hanno assunto un ruolo via via crescente. Capita spesso che il tasso tecnico dei motivi di una controversia sia tanto elevato da dover ricorrere a un consulente in grado di chiarire gli aspetti tecnici di un vizio, affinché i Legali delle Parti dapprima, e il Giudice poi, possano arrivare a conclusioni sufficientemente informate.

Non sempre la questione può essere risolta tramite una consueta Consulenza tecnica di ufficio. Talvolta può essere necessario procedere di urgenza in quanto, per esempio, occorre ripristinare lo stato di fatto dei luoghi in tempi molto brevi, incompatibili con i tempi di un procedimento giudiziario. La casistica è molto ampia: dalla determinazione dei motivi che hanno portato allo schianto di un albero – che deve essere rimosso per consentire la ristrutturazione dell’edificio colpito – alla valutazione dei problemi di drenaggio di un campo da calcio che deve tornare alla piena funzionalità prima dell’inizio del campionato.

In casi simili, il Legale può ricorrere all’accertamento tecnico preventivo (ATP) disciplinato dall’articolo 696 del codice di procedura civile. L’ATP è un procedimento di istruzione preventiva che si svolge quindi prima dell’avvio del processo avvalendosi di tecnici di particolare competenza che intervengono immediatamente e con celerità in tutti i casi in cui una tradizionale CTU (Consulenza tecnica di ufficio) avrebbe tempi di svolgimento eccessivamente lunghi. In altri termini, l’ATP svolge la funzione di fotografare in dettaglio lo stato dei luoghi prima che questi siano irrimediabilmente modificati vuoi per eliminare una situazione di pericolo, vuoi per ripristinare lo status quo ante.

Prima di richiedere un ATP al Giudice è bene che Legale e Cliente si consultino con un Consulente tecnico di propria fiducia affinché sia valutata nel dettaglio la sussistenza dei presupposti tecnici necessari per avviare il procedimento. Ovviamente, al di là del merito prettamente tecnico, occorre verificare anche ogni presupposto giuridico. Questa fase è fondamentale per il buon esito della pronuncia del Giudice. Si consideri, infatti, che il Giudice, non essendo tecnico, poggerà buona parte delle proprie conclusioni sugli elaborati del Consulente tecnico di parte e del Consulente tecnico di ufficio. Vero è che l’operato di quest’ultimo è certamente indipendente dal controllo delle Parti, tuttavia si consideri che la Parte che richiede l’accertamento tecnico ha la possibilità di “indirizzare” il CTU, ponendo un quesito pertinente agli aspetti tecnici che si desiderano approfondire. Ne segue che il Consulente tecnico di fiducia riveste un ruolo fondamentale per tutto il procedimento e che, pertanto, il suo operato dovrebbe sempre iniziare ancora prima dell’avvio di qualsiasi atto legale. Questo soprattutto se si considera che, da qualche anno a questa parte, l’accertamento tecnico preventivo non ha più funzione di mero rilievo (per esempio produzione di planimetrie o raccolte fotografiche) ma comprende anche valutazioni in ordine alle cause e ai danni relativi all’oggetto della verifica.

Articolo originariamente pubblicato sul portale Pronto professionista.

Arboricoltura | Luca Masotto

Schianto di alberi: chi paga i danni?

Comprendere le cause biomeccaniche che hanno provocato lo schianto di un albero è di fondamentale importanza per inquadrare il responsabile dei danni

Di questi tempi si rincorrono in continuazione notizie circa lo schianto di alberi o di grandi branche con conseguenti danni ad abitazioni, strade, automobili. I temporali estivi o le nevicate invernali hanno certo un ruolo importante nella vicenda, tuttavia gran parte delle responsabilità deve essere spesso ricercata in una cattiva cura dei soggetti arborei. Comprendere le cause biomeccaniche che hanno provocato lo schianto di un albero è di fondamentale importanza per inquadrare il responsabile dei danni provocati e, quindi, per capire a chi rivolgersi per ottenere un risarcimento (oppure come procedere per avviare un procedimento legale). Si ricorda, infatti, che nel nostro ordinamento il proprietario di un bene è responsabile della sua corretta manutenzione e, al contempo, è responsabile dei danni che detto bene può cagionare a terzi.
I temporali estivi sono talvolta violenti, ma molto spesso presentano raffiche di vento che possono essere considerate del tutto ordinarie. Pertanto, non sempre il proprietario della pianta può appellarsi al caso fortuito ossia alla “calamità naturale” contro la quale anche un comportamento “da buon padre di famiglia” e una buona manutenzione possono ben poco. Più frequentemente, lo schianto di alberi o di grandi branche è da ricondurre a una cattiva gestione: scavi in prossimità dell’apparato radicale o potature male eseguite possono compromettere in modo spesso irrimediabile la tenuta biomeccanica dei soggetti.
In caso di schianto, quindi, è importante effettuare subito numerose riprese fotografiche dell’albero, delle parti schiantate e dell’intorno, prima che il tutto venga rimosso da chi di dovere. È infatti possibile avviare un procedimento di richiesta danni entro due anni dal momento dell’evento. Un buon tecnico, inoltre, già a partire dall’analisi delle immagini può rendersi conto delle motivazioni di carattere biomeccanico che hanno provocato lo schianto e quindi iniziare a raccogliere prove e indizi per ricostruire l’accaduto con dovizia di particolari. La conoscenza del territorio e degli attori tecnici che vi operano – per esempio in campo meteoclimatico – è fondamentale per ottenere il quadro completo delle condizioni intrinseche ed estrinseche all’albero nel giorno e all’ora dello schianto. Tali condizioni possono essere ricostruite anche a distanza di tempo: grazie all’osservazione dei tessuti legnosi (o di quello che ne rimane), il dottore agronomo è in grado di determinare, per esempio, se un albero ha subito potature sconsiderate oppure se è stato abbandonato a se stesso da lungo tempo, fattori indispensabili nell’ambito di un processo di risarcimento danni.
Altrettanto importante è valutare l’intorno dell’albero: vi sono state modifiche significative che possono avere comportato una variazione sostanziale del “giro dei venti”? Sono stati costruiti edifici di recente oppure sono stati demoliti edifici o abbattuti alberi nelle vicinanze? Aspetti sovente sottovalutati anche dai periti delle assicurazioni con i quali ho avuto modo di interfacciarmi nel corso degli anni; aspetti che tuttavia possono modificare l’esito di un evento da “caso fortuito” a colpevole mancanza di cura per l’albero caduto.

In ogni caso, la consulenza del dottore agronomo non si esaurisce nella mera fotografia e ricostruzione di quanto occorso: il confronto continuo con il Legale del Committente è indispensabile in quanto la materia, estremamente tecnica, può diventare scivolosa qualora non affrontata con la dovuta attenzione a tanti piccoli dettagli che, se trattati senza cognizione di causa, possono diventare controproducenti per la Parte assistita.

Articolo pubblicato originariamente sul portale Prontoprofessionista.it

Bruges. Canale. Luca Masotto

I canali del paesaggio

Un rapporto millenario lega l’acqua al benessere dell’uomo

Acqua, terra e aria: l’interfaccia di questi tre elementi ha da sempre stimolato l’attenzione e la curiosità umana: il romanticismo di un tramonto sul mare e il fascino di una cascata vaporosa sono veri e propri spettacoli della natura. Lo stupore può giungere alla meraviglia se il fattore “acqua” – vero protagonista di queste immagini suggestive – viene veicolato e convogliato ad arte in modo da guidare lo sguardo di chi osserva verso l’infinito oppure verso soluzioni architettoniche o urbanistiche di rara bellezza. Lo sapeva bene Joseph Smith, astuto mecenate inglese del Canaletto, che addirittura suggerì al suo protetto di ridurre le dimensioni delle tele in modo da renderle compatibili con i bagagli dei ricchi lord che, ai tempi della Serenissima, giungevano in Italia per intraprendere il Grand Tour. Gli stessi lord che, appunto, non lasciavano Venezia senza prima essersi accaparrati una veduta della città e dei suoi celeberrimi scorci, arricchendo Smith che con il suo stratagemma favorì non di poco il commercio dei dipinti del pittore veneto.

Venezia. Paesaggio Luca Masotto

Una Venezia splendente, ricca, sontuosa quella del Canaletto. Una Venezia meno solenne, quasi cupa, forse più vera, quella dipinta dal suo “rivale” Francesco Guardi. Di certo, al di là delle diverse esperienze personali dei due maestri, vi è la luce che entrambi hanno catturato: la luce dell’acqua che riflette i timidi raggi del mattino, i palazzi nobiliari, i ponti, i campanili.

 

La Venezia nostrana non poteva che fare proseliti in Nord Europa: da qui un fiorire di città che si definiscono la “Venezia del Nord”. Tra queste, spicca certamente Bruges, piccola cittadina immersa nella regione fiamminga del Belgio. Città medievale che porta benissimo i suoi anni e che anzi fonda sulla conservazione maniacale della propria identità antica il successo turistico che porta centinaia di migliaia di turisti a visitarla tutti gli anni. Piccoli edifici in mattoni, quasi costruzioni per bambini, galleggiano tra i piccoli canali cittadini. Edifici sobri – con il rosso-mattone a dominare – si riflettono sulla superficie dei canali. A poco più di trenta minuti di treno da Bruges, sorge un’altra città belga sull’acqua: Gent. Qui l’architettura si fa più elegante, le facciate dei palazzi quasi sontuose. Ciò che rimane immutato è il rapporto stretto, quasi atavico, tra vita cittadina e acqua. Nei bar e nei ristoranti che affacciano sul Graslei, gli abitanti di Gent trascorrono infiniti pomeriggi all’aperto sia in estate – rinfrescandosi con una corposa birra belga – sia in inverno, sorseggiando un caffè caldo. Lo stesso fanno i numerosi turisti, ben riconoscibili in quanto avvolti nelle coperte offerte come consuetudine dei gestori dei locali dell’Europa del nord.

Gent. Canale. Luca Masotto

L’acqua dispone di un grande potere unificante. Se da un lato segna i confini o divide parti distinte la medesima città, dall’altro è in grado di funzionare da trait d’union: sull’acqua si spostano le persone, si movimentano le merci, viaggiano le idee. I Paesi Bassi costituiscono un esempio notevole del dinamismo portato dall’acqua: nel dodicesimo secolo, la città di Utrecht decise di dotarsi di un canale – l’Oudegracht, “vecchio canale” – per cambiare il corso di un fiume locale e disporre di un porto lineare dove far attraccare le imbarcazioni. Non passò molto tempo che lungo il canale vennero edificati palazzi signorili e altri edifici dedicati prettamente agli affari. Si venne così a formare una città su due livelli: quello superiore dove scorreva la “normale” vita di terra, fatta di commerci di vicinato, gilde e mercati rionali; quello inferiore, a livello dell’acqua, dove i canali e i moli brulicavano di commercianti all’ingrosso che trasportavano grandi quantità di merce da depositare nei magazzini realizzati al di sotto della sede stradale e degli edifici adiacenti. Oggi il commercio segue altre strade e questi luoghi – un tempo segnati dalla fatica e dal sudore – lasciano spazio a punti di ritrovo, bar e negozi dove lo sguardo segue l’acqua e si perde sino a incontrare un campanile, una facciata o un altro elemento verticale che spezza l’ondeggiante orizzontalità urbana.

Il colore domina Nyhavn, cuore della movida di Copenaghen. Nyhavn, che letteralmente significa “porto nuovo”, è in realtà il porto antico della capitale danese. Costruito alla fine del diciassettesimo secolo per volere di Christian IV, il canale assolse in modo egregio i suoi compiti di fulcro commerciale dal quale partivano e dove arrivavano senza sosta merci di ogni tipo, da ogni angolo del mondo. D’altra parte la vocazione marittima del popolo danese – basta pensare ai vichinghi – ha pochi eguali al mondo. Un popolo abituato a scrutare l’orizzonte, a interrogare le acque profonde degli oceani e le più piccole increspature sotto costa, non poteva certo permettere che questo simbolo cittadino cadesse in rovina. Il quartiere del porto aveva infatti iniziato un declino lento quanto inesorabile che la portò a diventare uno dei posti più malfamati della città. Circa cinquanta anni fa, il governo danese decise che era giunto il momento di dare nuova vita a Nyhavn e sfruttò l’irresistibile richiamo che l’acqua, elemento primordiale, esercita su chi vuole rilassarsi e trovare un seppur labile contatto con la natura. Ecco che il porto fu trasformato in quello che oggi è ironicamente conosciuto come il più grande bar della Scandinavia dove i locali – frequentati tanto dai turisti quanto dai danesi – sono perfettamente integrati nel paesaggio urbano e corrono paralleli al porto canale, ai piedi di edifici storici colorati, come colorate sono da sempre le abitazioni di pescatori, marinai e lupi di mare.

Cervia. Canale. Luca Masotto

Bisogna scendere di latitudine per incontrare un’altra storia di rinascita, legata al mare e, soprattutto, a un altro porto canale. Da sempre rinomata per le saline, sino a qualche secolo or sono, Cervia era saldamente ubicata nell’entroterra romagnolo. Entroterra dal quale dovette suo malgrado migrare a causa delle condizioni di vita insostenibili dovute alla malaria che si era ormai diffusa nelle “valli”. Non solo il territorio acquitrinoso non aiutava a debellare la zanzara vettore della temibile malattia, ma gli spostamenti erano molto complessi per via delle strade spesso impraticabili. Il declino economico sembrava ineludibile, aggravato dalle prime incursioni corsare. Così, la città fu rifondata – per decreto di papa Innocenzo XII – a breve distanza dalla costa: un investimento ingente, necessario alla costruzione del porto canale, dominato dalla torre intitolata a San Michele, dotata di una campana da suonare in caso di avvistamento di navi corsare. Alcuni pezzi di artiglieria proteggevano la città e il magazzino del sale, capace di contenere oltre 10.000 tonnellate del prezioso alimento, un quantitativo davvero sbalorditivo.

 

Il caso di Cervia mostra quindi con estrema chiarezza la capacità dei canali di razionalizzare gli elementi naturali e di adattare il territorio all’utilità dell’uomo, proteggendolo al contempo dalla furia degli elementi naturali e dalle razzie di popolazioni nemiche. Poche decine di chilometri a nord di Cervia, più precisamente a Comacchio, sorge un capolavoro di architettura e ingegneria: il complesso dei Trepponti, conosciuto anche come ponte Pallotta. Costruito nella prima metà del diciassettesimo secolo, proteggeva la città dai tentativi di incursione dal mare. Sotto le sue volte, il canale Pallotta, che accoglie le acque del mare Adriatico, si divide in quattro canali minori, distribuendosi all’interno del centro storico. Su una delle torri del complesso architettonico si può leggere un passaggio di Torquato Tasso che, nella Gerusalemme liberata, scrisse “il pesce colà dove impaluda ne i seni di Comacchio il nostro mare, fugge da l’onda impetuosa e cruda, cercando in placide acque ove ripare”.

I canali del paesaggio (Fabbri M., Masotto L.) è stato pubblicato originariamente sul periodico della Onlus Senza Frontiere.